Dalla Leopolda, diario a due voci

[di Cecilia Mussini e Giuseppe Izzo*] Il cielo è stato clemente, quasi fino all’ultimo e quasi dall’inizio. Era la prima volta che entravo in quella stazione, piazzata di sguincio e a ridosso della rotonda di Porta a Prato, un posto che, quando ci arrivi, fai fatica a decifrare se sia la fine del centro o l’inizio della periferia (e poi puntualmente ci rinunci, a decifrarlo). Su un pezzettino di tessuto urbano complicato e trafficato c’è questo posto, insieme monumento e spazio.

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Di novità, di radici e del PD che vorremmo

[dal sito della Lista TRE per il PD Germania: http://listatrepdgermania.wix.com/partecipa#!Di-novità-di-radici-e-del-PD-che-vorremmo/c81b/1]

Quando ho deciso di dare una mano alla Lista TRE, pur scegliendo di non candidarmi per evitare quell’accumulo di cariche che troppo spesso ancora caratterizza la vita del partito, sapevo che la campagna sarebbe stata una cosa seria. Che ci sarebbero stati candidati validi, che sarebbe stato necessario un grande sforzo per riuscire a comunicare le nostre idee – tante, belle, concrete – a tutti i 350 iscritti del PD Germania.

Ma no, non pensavo che il tema dell’esperienza e dell’età anagrafica avrebbe avuto un peso tanto forte.

È vero, la lista TRE è abbastanza giovane: ma mica così tanto, se si considera che l’età media è di 42 anni (la più giovane ha 29 anni, la meno giovane 66). Non proprio un’età da ragazzini.

Ed è vero: alcuni di noi hanno iniziato a fare politica relativamente da poco, o meglio si sono avvicinati al PD solo negli ultimi anni. Alcuni di noi, invece, sono attivi in politica da sempre –Anna Paola è persino stata in Parlamento.

Ma il punto non è questo. Con gli altri pazzi che hanno deciso di buttarsi in questa avventura un obiettivo era chiaro: il Partito deve diventare più dinamico, deve fare di più, deve lavorare alla propria identità in un momento in cui i punti di riferimento vengono a mancare. Deve intercettare una domanda nuova: la domanda di tutti quegli italiani di ogni tipo che ogni giorno arrivano in terra tedesca e che spesso non assomigliano a noi – a noi che siamo qui da tanto, siano 10, 20 o 50 anni. Deve prepararsi alle sfide che lo attendono, e farlo senza paura.

Oggi ho avuto una lunga telefonata con Nino, Presidente del PD di Hannover, da sempre iscritto al sindacato e alla SPD. Ha un anno più di mio padre, un meraviglioso accento catanese e il dolce pragmatismo di chi ne ha viste tante. Mi ha raccontato di come fosse privilegiato, cinquant’anni fa, rispetto ai suoi connazionali che sono arrivati in Germania con lui: aveva una specializzazione in chimica, non partiva da zero. Ma ha comunque cominciato scaricando sacchi di cemento, perché si sa, all’inizio tutti si devono adattare (“il tessuto sociale è cambiato”, mi dice, spiegando in cinque parole il lusso che ho avuto di poter scegliere sempre che cosa fare nella vita).

Gli chiedo come mai abbia scelto di sostenere una lista come la nostra – dico sempre nostra perché anche se non mi candido la sento un po’ mia, da quanto ci credo – una lista fatta di persone che non hanno dovuto spostare sacchi, che probabilmente non passeranno, come lui, 42 anni nella stessa cementeria. Mi dice una cosa bellissima. “Ho conosciuto Flavio, candidato della lista, durante le attività del Circolo di Hannover. Ho pensato che fosse la persona giusta: è aperto, è istruito – mi piacciono le persone istruite – ma non fa mai sentire in imbarazzo le persone meno istruite di lui”.

Ci tiene a dirmi che anche i candidati delle altre liste sono persone in gamba, per bene; che bisogna lavorare tutti insieme, perché il PD è nato per unire e non per dividere. Che non dobbiamo mai dimenticare che c’è bisogno di tutti, dall’operaio al professore, e che ognuno ha il suo compito e fa la sua parte. Gli domando se non abbia paura di non sentirsi rappresentato, e la sua risposta è immediata: “Ma no! Io sono rappresentato bene! Ed è giusto che ai giovani venga dato lo spazio che ciascuno merita. Solo una cosa: non dimenticate che anche i meno giovani possono arricchire il nostro partito. Non è l’età a fare la differenza”. La chiacchierata scorre, io andrei avanti per ore ad ascoltare, e prima di salutarmi Nino aggiunge un ultimo pensiero: “È importante che tutti contribuiamo, anche economicamente. Il Segretario del PD Germania dovrà spostarsi tanto, questo costa: non è giusto che possa essere Segretario solo chi può permetterselo”.

Senza radici non si cresce, penso dopo aver messo giù il telefono.

E le radici che abbiamo sono sane, sono profonde. Non le dimenticheremo, cercando di fare la nostra parte per far maturare qualche frutto buono.

Geremicca, Renzi e l’identità debole del PD

Commentando il voto del Senato sugli arresti domiciliari di Antonio Azzollini, scrive Federico Geremicca sLa stampa:

Qualunque siano le ragioni della correzione di rotta – salvare la maggioranza di governo o sottovalutazione del clima che attraversa il Paese – essa si è rivelata sbagliata e poco comprensibile, per un partito che – in altre occasioni – ha chiesto e ottenuto dimissioni di ministri addirittura nemmeno indagati. Il vicesegretario Serracchiani ha commentato l’accaduto parlando di «occasione persa». Il punto è che occasione dietro occasione (dal caso-Crocetta alla vicenda di Mafia Capitale) quel che rischia di andar perduta è l’identità del Pd.

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Tra andare e restare. Lettera agli indecisi del PD

Sono una semplice segretaria di Circolo, di un circolo per di più piccolo e alla periferia dell’impero. Ma sento il bisogno di scrivere a voi, che ora non sapete se andare o restare; che vi arrabbiate quando la Boschi dice che tanto Civati non lo seguirà nessuno; che siete sinceramente stufi di essere percepiti come una palla al piede.

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Che fine ha fatto la PD Community?

Negli ultimi giorni, sommersa dalle discussioni su Italicum e riforma della scuola, mi interrogavo sul ruolo della comunicazione all’interno del Partito Democratico.

Se l’esperimento della PDCommunity, gruppo di attivisti digitali formatosi in occasione delle Europee dello scorso anno e teoricamente destinata a svilupparsi in altre forme, ha avuto un ruolo certamente importante per vincere la competizione elettorale, e se ho salutato con piacere la pubblicazione di slide informative da parte dei parlamentari e del partito, credo che adesso serva un salto di qualità.

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Primarie sì, primarie no?

Che le primarie non fossero sempre e solo una grande “festa di democrazia”, come si sentiva ripetere ogni giorno dopo con retorica trionfalistica un po’ stantia, era purtroppo chiaro: e non serve che mi metta a elencare gli episodi assai poco edificanti che si sono susseguiti nel tempo fino ad arrivare al brutto caso ligure che tocca il Partito democratico.

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a scoppio ritardato, sull’intervista di Alessandra Moretti

Ho riflettuto a lungo sull’intervista di Alessandra Moretti al Corriere della Sera, quella famosa in cui parla (anche) della frequenza con cui va dall’estetista. Non mi è stato subito chiaro che cosa mi avesse disturbato tanto.

Alla domanda dell’intervistatrice sulle sempre più numerose donne che rappresentano un’opportunità per la politica la Moretti ha risposto:

Io credo che questo è il nostro tempo. Io non voglio acquisire lo stile maschile nel fare politica. Voglio avere il mio stile femminile: la cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto. Questo è un quid in più.

La cura di sé non viene solo considerata come un elemento caratterizzante della donna: è anche l’aspetto peculiare della donna che fa politica (perché sì: la domanda era una domanda politica e non una semplice domanda di gossip).

Non mi piace nessuna di queste due cose.

Ci sono donne che, per le ragioni più disparate, non amano prendersi cura di sé. Lo fanno magari solo per le occasioni sociali, come lo farebbe un uomo?, e lo fanno a modo loro. Questo non le rende o non le fa sentire meno donne di chi sceglie di andare dall’estetista una volta a settimana: ogni donna scopre e interpreta la propria femminilità a suo modo, è e deve essere libera di farlo. E, anzi, un obiettivo della politica dovrebbe proprio essere quello di garantire a tutte le donne, che siano o meno belle, che siano o meno “ladylike”, di ottenere le pari opportunità lavorative e sociali che spettano loro: indipendentemente dal numero di cerette e dalla cura di sé che vogliono o possono mettere in campo.

Quella della Moretti era sicuramente una mossa elettorale, volta a far parlare di sé. Ma mi rattrista che, sgomberato il campo dalle varie veline berlusconiane, a proporre uno stereotipo così banale sia una parlamentare europea del mio partito.

Ed è al mio partito che vorrei sottoporre qualche domanda.

Perché a fare da “donna immagine” sono quasi sempre, e sempre di più, le donne più dichiaramente belle, che fanno della bellezza un loro punto di forza? Certo, in televisione bucano lo schermo: ma non ci sarà, ogni tanto, qualche donna meno “ladylike” a cui far fare interviste sul Corriere, a cui dare risonanza?

Non aiuterebbe, questo, anche le tante donne che non vogliono riconoscersi nel modello propugnato dalla Moretti, quelle che vivono se stesse in un modo diverso? Non permetterebbe di rendere più aperta l’immagine di donna che si propone alla società italiana?