Che fine ha fatto la PD Community?

Negli ultimi giorni, sommersa dalle discussioni su Italicum e riforma della scuola, mi interrogavo sul ruolo della comunicazione all’interno del Partito Democratico.

Se l’esperimento della PDCommunity, gruppo di attivisti digitali formatosi in occasione delle Europee dello scorso anno e teoricamente destinata a svilupparsi in altre forme, ha avuto un ruolo certamente importante per vincere la competizione elettorale, e se ho salutato con piacere la pubblicazione di slide informative da parte dei parlamentari e del partito, credo che adesso serva un salto di qualità.

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Primarie sì, primarie no?

Che le primarie non fossero sempre e solo una grande “festa di democrazia”, come si sentiva ripetere ogni giorno dopo con retorica trionfalistica un po’ stantia, era purtroppo chiaro: e non serve che mi metta a elencare gli episodi assai poco edificanti che si sono susseguiti nel tempo fino ad arrivare al brutto caso ligure che tocca il Partito democratico.

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Racconto di una sorpresa (su #FSGlive, qualche giorno dopo)

Finiti di scartare i regali di Natale, nella calma appagata di Santo Stefano, ripenso ad un regalo di qualche tempo fa, una matrioska di sorprese ed emozioni quale è stato il concerto del trio FabiSilvestriGazzé. Ho assistito alla tappa catanese, il giorno di Santa Lucia, partendo con armi e bagagli dalla Germania perché mi ero persa il tour europeo (non passava da Monaco, e le altre date erano per me impossibili).

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a scoppio ritardato, sull’intervista di Alessandra Moretti

Ho riflettuto a lungo sull’intervista di Alessandra Moretti al Corriere della Sera, quella famosa in cui parla (anche) della frequenza con cui va dall’estetista. Non mi è stato subito chiaro che cosa mi avesse disturbato tanto.

Alla domanda dell’intervistatrice sulle sempre più numerose donne che rappresentano un’opportunità per la politica la Moretti ha risposto:

Io credo che questo è il nostro tempo. Io non voglio acquisire lo stile maschile nel fare politica. Voglio avere il mio stile femminile: la cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto. Questo è un quid in più.

La cura di sé non viene solo considerata come un elemento caratterizzante della donna: è anche l’aspetto peculiare della donna che fa politica (perché sì: la domanda era una domanda politica e non una semplice domanda di gossip).

Non mi piace nessuna di queste due cose.

Ci sono donne che, per le ragioni più disparate, non amano prendersi cura di sé. Lo fanno magari solo per le occasioni sociali, come lo farebbe un uomo?, e lo fanno a modo loro. Questo non le rende o non le fa sentire meno donne di chi sceglie di andare dall’estetista una volta a settimana: ogni donna scopre e interpreta la propria femminilità a suo modo, è e deve essere libera di farlo. E, anzi, un obiettivo della politica dovrebbe proprio essere quello di garantire a tutte le donne, che siano o meno belle, che siano o meno “ladylike”, di ottenere le pari opportunità lavorative e sociali che spettano loro: indipendentemente dal numero di cerette e dalla cura di sé che vogliono o possono mettere in campo.

Quella della Moretti era sicuramente una mossa elettorale, volta a far parlare di sé. Ma mi rattrista che, sgomberato il campo dalle varie veline berlusconiane, a proporre uno stereotipo così banale sia una parlamentare europea del mio partito.

Ed è al mio partito che vorrei sottoporre qualche domanda.

Perché a fare da “donna immagine” sono quasi sempre, e sempre di più, le donne più dichiaramente belle, che fanno della bellezza un loro punto di forza? Certo, in televisione bucano lo schermo: ma non ci sarà, ogni tanto, qualche donna meno “ladylike” a cui far fare interviste sul Corriere, a cui dare risonanza?

Non aiuterebbe, questo, anche le tante donne che non vogliono riconoscersi nel modello propugnato dalla Moretti, quelle che vivono se stesse in un modo diverso? Non permetterebbe di rendere più aperta l’immagine di donna che si propone alla società italiana?

di getto, sul Renzi di governo e su come sono arrivata fin qui

Ho deciso, dopo tantissimo tempo, di riprendere in mano il programma di Renzi del 2012. Non l’ho fatto per nostalgia, ma per ripercorrere le tappe del mio avvicinamento alla politica e sentire di nuovo mie le idee che mi hanno spinto a mettermi in gioco.

Se mi sono entusiasmata per il programma di Adesso! e tuttora quasi mi commuovo vedendo qualche video della campagna di allora, un motivo c’è, e anche più di uno.

Nonostante non fossi stata a nessuna Leopolda e non conoscessi di persona nessuno degli attivisti migliori – alcuni li avrei conosciuti più avanti e mi dispiace che non abbiano fatto la strada che meritavano, e che avrebbe fatto bene all’Italia – avevo la sensazione, anche solo attraverso Facebook, di far parte di un gruppo più grande di quanto immaginassi, un gruppo che parlava la mia lingua e in cui mi sentivo a casa. Leggevo blog e giornali riconoscendo cose che avevo sempre pensato ma che erano rimaste inespresse, litigavo con perfetti sconosciuti, a volte molto maleducati, con la consapevolezza di non fare una battaglia in solitaria.

Soprattutto, però, sentivo di aderire profondamente all’idea di paese che traspariva dalle pagine del programma. Avevo la sensazione che tante cose di buon senso fossero messe insieme a tante competenze tecniche per mostrare la direzione da prendere. Era così nell’ambito della pubblica amministrazione e della semplificazione, in quello del lavoro, in quello della promozione del territorio. Era così per l’idea di uno stato trasparente (ricordo quanto andasse di moda dire “Freedom of Information Act”, di cui ora non si sente più parlare), per i volumi zero, per le piccole opere, per i diritti, per gli asili nido. E per l’integrazione europea, che si cercava di raccontare per quello che dovrebbe essere: un progetto entusiasmante di tutti.

Quando, a febbraio, Renzi ha preso il posto di Letta sapevo che non sarebbe stato facile e che il programma del 2012 sarebbe stato solo un riferimento lontano. Già la campagna congressuale 2013 aveva preso una direzione diversa: si notava da subito l’esigenza di sfumare il merito dei discorsi per poter allargare il consenso. Avevo perso per strada un po’ dell’entusiasmo da neofita dell’anno precedente e imparato a digerire l’idea che la politica è anche, appunto, gestione del consenso e ricerca del potere: e pensavo che queste erano le regole del gioco, e che alla fine l’importante erano i risultati.

Continuo a pensarla così, ma nel frattempo un paio di cose sono cambiate. La realtà è meno pulita e cristallina dei fogli di un documento programmatico. Anche se i punti che Renzi sta cercando di affrontare sono sempre gli stessi di cui parla da anni, sappiamo tutti che alla prova dei fatti le cose si sporcano e diventano meno belle, meno attraenti. La riforma del bicameralismo perfetto è un po’ così così, la nuova legge elettorale è un po’ così così, il jobs act sembra non fare contento nessuno. Soprattutto, però, ed è questa la cosa peggiore, si è persa quella dimensione collettiva che il primo Renzi mi ha trasmesso: la sensazione di camminare insieme verso una meta, anche piccola, anche lontana, anche insignificante, ma una meta migliore per il nostro paese.

Io in certi momenti la capisco, la retorica dei gufi e l’insistenza su chi non vuole mai cambiare niente. Capisco che se si vogliono mettere le mani negli ingranaggi del potere bisogna sporcarsi le mani e quasi niente viene fuori come lo si pensava. Conosco il fondo di conservatorismo di tanti ambienti, la resistenza fortissima al guardare in avanti anziché indietro. Ma se la retorica della rottamazione andava bene qualche anno fa per risvegliare una situazione incancrenita, adesso è il momento di una narrazione diversa.

È il momento di una narrazione che unisca e che faccia vedere un obiettivo comune, che faccia capire che c’è bisogno di tutti e che nessuno è escluso.

Ancora di associazioni, rappresentanza e italiani all’estero

Le risposte al mio post precedente, in cui tentavo qualche riflessione su associazionismo estero e rappresentanza, mi hanno offerto molto materiale su cui riflettere. Ho provato a mettere in fila le questioni principali e ad aggiungere qualche altro pensiero. Sarò anche questa volta grata per ogni commento.

Tipologie migratorie e differenze generazionali

Nel parlare di tipologie migratorie non mi riferisco certo a categorie a compartimenti stagni: per quanto sia comodo pensare il contrario, la “prima migrazione” era variegata al suo interno, così come lo sono la “seconda” (i fantomatici cervelli in fuga) e la “terza” (quella degli ultimissimi anni). Ci sono sempre interstizi all’interno dei quali si annidano le eccezioni e ne sono consapevole. Si tratta, per quanto mi riguarda, di cercare di individuare delle tendenze di fondo: la società – anche la società degli italiani all’estero – sta cambiando, e credo che sia necessario cercare linee interpretative di massima per poter elaborare proposte politiche valide sul medio periodo. Non vuole esserci alcun giudizio di merito (nuovi migranti = bravi vs. vecchi migranti = “cattivi”, oppure associazionismo = inutile vs. rete = utile), ma siccome da qualche commento risulta che il mio contributo sia stato interpretato così ci tengo a fugare ogni anche piccolo dubbio. Non mi interessa stabilire una qualsiasi insensata gerarchia, né sostenere che le associazioni più tradizionali non debbano più avere o non abbiano più alcuna importanza, ma provare a capire quello che sta succedendo, avendo delle ipotesi di fondo e mettendole apertamente alla prova della discussione.

Nonostante alcune importanti eccezioni, mi pare che i commenti fatti consentano di confermare un certa tendenza di fondo: alla mia generazione, costituita in larga misura di migranti per scelta e a volte senza prospettive di permanenza stabile, l’associazionismo non interessa. A loro – persone che vivono in varie parti del mondo, svolgono professioni diverse e, importante!, non sono necessariamente miei amici – sono riconducibili le osservazioni più drastiche: “Ma a che cosa servono le associazioni italiane all’estero?”; “Io cerco il più possibile di starne lontano”; “La mia priorità è stare con i locali” – queste, più o meno, le argomentazioni. Le associazioni più vitali per questa fascia di popolazione sembrano essere quelle legate a progetti specifici (la scuola italo-tedesca, il coordinamento genitori: d’altra parte già nel post precedente avevo parlato delle famiglie come target privilegiato dell’associazionismo).

In parte diverso è probabilmente il discorso sui nuovissimi arrivi: l’esperienza delle ACLI e del Circolo sardo di Stoccarda, ma anche dei Patronati monacensi e di Rinascita, sembra confermare un rinnovato interesse per le associazioni da parte dei nuovissimi arrivi. Sono stati poi segnalati esempi di associazioni nate a partire da gruppi Facebook: un fatto interessante, senza dubbio, che andrà osservato nei suoi ulteriori sviluppi.

Quali associazioni?

Già a questo punto, però, ci troviamo davanti a un problema terminologico non da poco, segnalato anche in alcuni commenti. A che cosa pensiamo quando parliamo di associazioni? A quelle ufficialmente registrate, in Germania individuabili grazie alla sigla “e.V.”? Oppure a gruppi organizzati intorno a progetti singoli? O ancora ad associazioni storiche come le ACLI?

Dare il nome alle cose è da sempre una delle cose più difficili, ma è necessario provarci. Mi pare che si possano individuare diverse tipologie di associazione: alcune si pongono obiettivi più o meno direttamente politici; altre hanno finalità di assistenza per i migranti; altre ancora si occupano di eventi culturali o ricreativi; altre infine nascono in relazione a progetti precisi. Moltissime sono le forme ibride, e senz’altro molte altre quelle che non ho citato, per dimenticanza o mia disinformazione. A tutto questo si aggiungono gruppi molto strutturati in rete: alcuni gruppi di Italiani a Monaco nati su Facebook, quelli gestiti particolarmente bene, offrono ricchissimi materiali informativi sulla vita in Germania, senz’altro paragonabili per mole e precisione a quelli preparati in contesti più tradizionali.

Il mio interesse per queste associazioni varia moltissimo a seconda della tipologia della loro attività, come naturale. Ma in generale mi pongo alcune domande – che provocheranno un finimondo, già lo so: ma le faccio lo stesso. A maggior ragione in un contesto di Unione Europea non dovrebbero occuparsi di tutte le incombenze assistenzialistiche proprio i paesi di arrivo? Qualcuno, ad es., faceva notare come in Svezia ogni migrante abbia diritto ad un interprete per le pratiche burocratiche dei primi mesi. Ci sembra uno scenario paradisiaco, ma visto che la mobilità aumenterà sempre di più non avrebbe senso, a livello politico, interrogarsi anche su possibilità di questo tipo e stimolare i nostri rappresentanti a prenderle in considerazione? O ancora: c’è bisogno di associazioni strutturate per creare momenti di incontro, di cui, come è stato fatto notare, sembra si senta un grande bisogno?

La domanda più importante, però, riguarda la rappresentatività di queste associazioni, su cui tornerò sotto: è giusto che, come prevede la legislazione attuale, alle associazioni sia dato il compito di rappresentare gli Italiani all’estero?

Di disintermediazione e altri demoni

Negli ultimi tempi si fa un grandissimo parlare di disintermediazione, a tutti i livelli, e mi ci sono messa anch’io. Ho l’impressione però che si dia al termine, a seconda delle prospettive, una connotazione positiva o negativa che a mio avviso non ha. Provo a fare un esempio che apparentemente non c’entra nulla con il nostro discorso: il ruolo delle agenzie di viaggio. Ancora una decina di anni fa ricordo di essere stata in una agenzia di viaggio per prenotare un biglietto del treno per Praga, per un viaggio con amici. Avevamo trovato il b&b su internet, ma per il biglietto del treno avevamo avuto problema: alla stazione di Pavia ci avevano addirittura detto che non esistevano (!) treni per Praga. Dieci anni dopo sono stata di nuovo a Praga per un matrimonio. Ho prenotato il biglietto su internet e confrontato decine di alberghi su Tripadvisor – e non ho avuto la necessità di rivolgermi ad alcuna agenzia di viaggio. Un altro esempio, apparentemente in contraddizione col primo: i miei genitori, entrambi sessantatreenni, hanno fatto pianificare un lungo viaggio in Messico da un’agenzia specializzata: avevano esigenze precise, non volevano tour troppo commerciali ma nemmeno rinunciare alle località più famose. L’agenzia a cui si sono rivolti, specializzata in viaggi “di nicchia”, ha soddisfatto tutte le loro esigenze e ha conquistato due clienti. Il meccanismo è descritto benissimo in un articolo che spiega le trasformazioni in atto nel settore turistico sulla scorta di solidi dati (quei dati che purtroppo non ho per l’associazionismo estero):

I vantaggi di pianificare e prenotare la vacanza online sono molti e noti. È comodo, pratico, veloce e si ha la possibilità di accedere a numerosissime informazioni sui luoghi e sulle strutture. C’è da considerare però che ci sono diversi fattori che spesso spingono l’utente ad abbandonare l’acquisto: la scarsa usabilità dei siti, la mancanza di garanzie di sicurezza e di sistemi di booking semplici e affidabili. Talvolta l’offerta internet non permette di personalizzare abbastanza a fondo l’esperienza di viaggio.

Proviamo ad analizzare il fenomeno sulla base della categoria della disintermediazione. La rete, ancora una volta, è l’assassino: la possibilità di prenotare alberghi e viaggi anche in zone lontane comodamente da casa propria ha inizialmente fatto soffrire il settore delle agenzie di viaggio. Dal punto di vista economico, a questa sofferenza per un settore è corrisposto un boom in un settore diverso: quello degli operatori online. Si è avuta, cioè, una diminuzione dei corpi intermedi tradizionali (le agenzie), in favore di una nuova forma di corpo intermedio (gli operatori online). Le difficoltà legate alla grandissima offerta hanno poi spinto determinate fasce di utenti a ritornare ai corpi intermedi tradizionali, che però, per adattarsi al nuovo contesto, hanno dovuto aggiornare l’offerta:

Dunque dalle informazioni alla prenotazione in molti casi c’è un ampio gap che necessita di essere colmato da un intermediario umano, ed è qui che può entrare in gioco l’agenzia di viaggio tradizionale. Le agenzie che sono riuscite a sopravvivere hanno saputo riconvertirsi positivamente in “travel expert”, consulenti specializzati in determinate destinazioni, capaci di offrire un’esperienza di viaggio estremamente personalizzata in fase di selezione e prenotazione avvalendosi delle nuove tecnologie e degli strumenti offerti da Internet.

Proviamo ad applicare questo concetto al mondo dell’associazionismo. Quando scrivo che l’associazionismo ha perso appeal in certe fasce di pubblico non voglio dire che sia morto. Se anche in questo campo la rete ha mescolato le carte, togliendo in parte utenza all’associazionismo tradizionale, ciò non significa che tutto ciò che appartiene alla tradizione sia destinato a soccombere. Forse, ed è questa la mia idea, “sopravviveranno” proprio quelle associazioni in grado di interpretare il cambiamento dei tempi: quelle che sapranno accettare di modificare in parte la loro struttura, che sapranno attirare nuove forze, che sapranno, in sintesi, interpretare i nuovi bisogni (senza dimenticare quelli vecchi).

Di rappresentanza, Com.It.Es. e CGIE

Come scrivevo, la legge sui Com.It.Es. affida una funzione di controllo a tutte le associazioni registrate sul territorio da almeno 5 anni con più di 35 iscritti (per informazione: a Monaco sono state soltando due le associazioni che corrispondevano a questi criteri e hanno risposto all’invito del Consolato). La legge del 6 novembre 1989, n. 368 che regola il CGIE, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, esplicita il ruolo delle associazioni, presente anche nella legge sui Com.It.Es. quasi come un “non detto”:

I membri di cui all’articolo 4, comma 2, sono eletti da una assemblea formata per ciascun Paese dai componenti dei COMITES regolarmente costituiti nei Paesi indicati nella tabella allegata alla presente legge e da rappresentanti delle associazioni delle comunità italiane in numero non superiore al 30 per cento dei componenti dei COMITES per i Paesi europei e del 45 per cento per i Paesi transoceanici, tenendo conto dei requisiti fissati dall’articolo 4 e delle modalità previste nelle forme di attuazione di cui all’articolo 17 che dovranno garantire, sul piano della rappresentanza, il pluralismo associativo (13§1)

E ancora:

Nei Paesi in cui non sono costituiti i COMITES le associazioni delle comunità italiane ivi operanti da almeno cinque anni propongono, alla rispettiva Rappresentanza diplomatica, un numero di nominativi
doppio di quello previsto nella tabella allegata alla presente legge per la scelta definitiva dei membri del CGIE assegnati a quel determinato Paese in conformità a quanto previsto dall’articolo 4, comma 4 (14§1).

Si vede bene, io credo, come l’intera struttura della rappresentanza estera, fatta eccezione per i parlamentari eletti, si basi sulle associazioni, partendo dal presupposto che esse siano rappresentative degli italiani all’estero. Probabilmente è stato così, a un certo punto: Gianfranco, storico esponente dell’associazionismo monacense, dice di ricordare “incontri della comunità sarda con oltre un migliaio di persone, oggi inimmaginabili”. Nella più frammentata situazione odierna mi pare che il principio della rappresentatività delle associazioni vada messo in discussione: non della loro utilità o della loro funzione sociale. Puramente quello della loro rappresentatività politica. Da quando ho iniziato a riflettere su questo argomento non riesco a togliermi dalla testa una domanda: perché, su un piano puramente teorico, un amante del teatro in lingua italiana che fa parte di una associazione riconosciuta dovrebbe avere rappresentanza politica migliore di un amante dei libri in solitudine o di un amante del teatro in tedesco? Siamo sicuri che una legislazione di questo tipo non agevoli, alla lunga, un isolamento degli italiani piuttosto che non la loro integrazione?

A prescindere dalle risposte che si vorranno dare a domande come queste, credo che i partiti politici italiani all’estero debbano oggi, ancor più di prima, interrogarsi sulla loro funzione e sul loro lavoro. Per un candidato, per un parlamentare eletto all’estero parlare con i propri elettori è certo più difficile che per il suo omologo italiano: il corpo elettorale è frammentato, costituito da tipologie diversissime di persone che non guardano nemmeno gli stessi programmi in televisione e non leggono gli stessi giornali, a volte da cittadini italiani che in Italia non hanno mai messo piede né parlano la lingua. Capisco che poter contare su un associazionismo solido possa costituire un grosso punto di forza: significa poter fare avere i propri messaggi a gruppi già formati, che non necessariamente vorranno recepirli ma che almeno potranno riceverli. In un contesto di profonda trasformazione dell’associazionismo come quello, io credo, in cui ci troviamo, anche i partiti attivi all’estero devono chiedersi come adattare la loro azione politica e come costituire un corpo elettorale di riferimento in qualche modo “disintermediato”. Tornerò su questo punto presto.

Per me si tratta di una sfida fondamentale e appassionante.