Dall’Italia alla Germania e ritorno. Intervista a Paola Concia

Chiamo Paola Concia a mezzogiorno di sabato, lei sta facendo le valigie per Roma. È candidata, al secondo posto, nella lista PD a sostegno di Roberto Giachetti. “Due valigie, parto oggi pomeriggio!”, la voce squillante è tranquilla ed emozionata allo stesso tempo. Le chiedo se non senta un brivido, sta cambiando di nuovo la sua vita dopo due anni in Germania. “Quello c’è sempre, ma sono contenta: non mi ha obbligato nessuno, vado a Roma per scelta”.

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7 mantra per il referendum di ottobre

Essere un militante politico e frequentare i social network, nei giorni scorsi, è stata indubbiamente un’esperienza da non ripetere. Prima del referendum, dopo il referendum, durante il referendum: il balletto a cui si assisteva quasi ad ogni latitudine politica sembrava più generato da una perversa coazione a ripetere – argomenti, para-argomentazioni, battutine, insinuazioni ed insulti – che non a sana passione politica.

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Dalla Leopolda, diario a due voci

[di Cecilia Mussini e Giuseppe Izzo*] Il cielo è stato clemente, quasi fino all’ultimo e quasi dall’inizio. Era la prima volta che entravo in quella stazione, piazzata di sguincio e a ridosso della rotonda di Porta a Prato, un posto che, quando ci arrivi, fai fatica a decifrare se sia la fine del centro o l’inizio della periferia (e poi puntualmente ci rinunci, a decifrarlo). Su un pezzettino di tessuto urbano complicato e trafficato c’è questo posto, insieme monumento e spazio.

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Di tessere, primarie e di quello che dovrebbe essere un partito

Un partito non è un’associazione come tutte le altre. A differenza delle associazioni con scopi ricreativi, culturali, sociali e chi più ne ha più ne metta, un partito ha un compito che lo rende unico: quello di interpretare la realtà, in modo continuativo e coerente, e di trovare soluzioni per migliorarla, secondo i propri principi ispiratori.

Credo sia questo il punto di partenza per ogni discussione sulla forma partito: aperto, chiuso, con primarie, senza primarie, degli iscritti o dei simpatizzanti.

Quando mi sono avvicinata più attivamente al PD era il 2012, e avevo la sensazione che allora il partito non sapesse interpretare la società né fosse in grado di parlare agli elettori. Questa sensazione, purtroppo, è stata confermata dalle elezioni del 2013: al di là della disastrosa campagna elettorale, il vero motivo che ha portato al risultato che conosciamo è stato l’aver sottovalutato il fenomeno Cinque Stelle. Il che vuol dire una cosa, soprattutto: il partito non è stato in grado di interpretare la realtà e di dare risposte concrete ai problemi della società.

Nel 2013 il PD era – purtroppo – un partito autoreferenziale. Era fatto spesso di persone brave e competenti; era spesso onesto e aveva alcune idee buone; ma era autoreferenziale, perché aveva se stesso come orizzonte e non la società. E se Renzi ha inizialmente dato l’impressione di rompere questo muro di autoreferenzialità – una rottura che, come sempre, ha avuto dei costi – attualmente non saprei dire che atteggiamento il partito abbia. Se sappia davvero leggere la realtà o se dia solo l’impressione di farlo.

Perché questa premessa è importante per la discussione sulle primarie aperte o chiuse e sul valore del tesseramento?

Se il partito deve essere in grado di interpretare la società e di rispondere ai problemi che pone, è chiaro che il ruolo dei Circoli, le antenne del PD sui territori, è assolutamente centrale. Ed è un ruolo preciso: ascoltare la realtà, misurarne quotidianamente il polso, interrogarsi sulle misure messe in atto, valutare se siano giuste, se siano migliorabili. E fare tutto questo nel modo il meno autoreferenziale possibile: perché è vero che un partito si rivolge a un elettorato; ma l’elettorato varia, non è eterno, va conquistato. Ed è vero anche che se si desidera la giustizia sociale – o qualcosa che ci assomiglia, diciamo – non possiamo tenere come unico riferimento l’orizzonte limitato delle persone che riusciamo a coinvolgere attivamente.

In quest’ottica siamo sicuri che un “partito dei tesserati” sia davvero lo strumento migliore? (Perché sì, di questo sono convinta: un partito è strumento, non fine. Uno strumento che, per essere efficace, ha bisogno di pazienti cure).

In questi anni ho conosciuto tanti tipi di tesserati: chi si tessera per ragioni identitarie o per tradizione; chi si tessera perché vuole sostenere la leadership del momento e chi per contestarla e modificare la linea politica del partito; chi si tessera perché sente bisogno di una appartenenza, e chi non si tessera perché rifiuta l’appartenenza e preferisce sentirsi libero di prendere posizione volta per volta, laicamente, su tutto quello che succede. Ci sono tesserati che non partecipano alle riunioni e non tesserati che partecipano sempre. Per qualcuno la partecipazione vale più della tessera, per qualcuno la tessera più della partecipazione. E questa sovrapposizione di piani emerge chiaramente in momenti di congresso o di primarie.

Da quando sono segretaria di circolo ho sempre cercato di non far sentire nessuno moralmente obbligato a tesserarsi. Ho sempre seguito un principio per me fondamentale: ogni persona che decide di fare la tessera, o di non farla, è un adulto con capacità di discernimento e scelta. Non cambia idea se cerco di convincerlo a tesserarsi o se cerco di dissuaderlo dal lasciare il partito. Ogni scelta è libera e deve essere apprezzata come tale. La mia prospettiva è chiara: voglio un partito che non metta se stesso al centro, ma le persone e le loro idee. Ho sempre pensato che un partito in cui la tessera è più importante della partecipazione è come una stanza con tante finestre, tutte chiuse: l’aria non circola e si finisce con il soffocare. Se lascio le finestre aperte certo qualcuno uscirà, ma potrà rientrare, e l’aria circolerà libera – le idee potranno entrare e germogliare e magari portare qualche frutto.

Per questo continuo a ritenere la tessera uno strumento da ripensare: magari con una differenziazione delle tipologie di tesseramento, in cui a diversi gradi di impegno corrispondano anche diversi gradi di responsabilità nelle decisioni che si devono prendere.

E in cui il voto per cariche strettamente politiche, come sono anche i segretari regionali, spetti all’anello più largo di questa appartenenza: un livello in cui si possano riconoscere tutti i tipi di simpatizzanti più o meno attivi, così che non ci sia una penalizzazione di chi rifiuta l’appartenenza ma è prodigo di idee a scapito di chi prefersice una appartenenza meno impegnata – o viceversa. Nella pratica questa cosa così complicata si potrebbe tradurre, semplicemente, nella creazione di un albo  degli elettori.

Certo, il partito deve ancora maturare. E certo, occorrerebbe sul lungo periodo un meccanismo di istituzionalizzazione delle primarie che consenta di limitare al minimo le irregolarità.

Ma sono convinta che non sia un caso che il PD sia nato con le primarie, e di questo vado ancora fiera.

Di novità, di radici e del PD che vorremmo

[dal sito della Lista TRE per il PD Germania: http://listatrepdgermania.wix.com/partecipa#!Di-novità-di-radici-e-del-PD-che-vorremmo/c81b/1]

Quando ho deciso di dare una mano alla Lista TRE, pur scegliendo di non candidarmi per evitare quell’accumulo di cariche che troppo spesso ancora caratterizza la vita del partito, sapevo che la campagna sarebbe stata una cosa seria. Che ci sarebbero stati candidati validi, che sarebbe stato necessario un grande sforzo per riuscire a comunicare le nostre idee – tante, belle, concrete – a tutti i 350 iscritti del PD Germania.

Ma no, non pensavo che il tema dell’esperienza e dell’età anagrafica avrebbe avuto un peso tanto forte.

È vero, la lista TRE è abbastanza giovane: ma mica così tanto, se si considera che l’età media è di 42 anni (la più giovane ha 29 anni, la meno giovane 66). Non proprio un’età da ragazzini.

Ed è vero: alcuni di noi hanno iniziato a fare politica relativamente da poco, o meglio si sono avvicinati al PD solo negli ultimi anni. Alcuni di noi, invece, sono attivi in politica da sempre –Anna Paola è persino stata in Parlamento.

Ma il punto non è questo. Con gli altri pazzi che hanno deciso di buttarsi in questa avventura un obiettivo era chiaro: il Partito deve diventare più dinamico, deve fare di più, deve lavorare alla propria identità in un momento in cui i punti di riferimento vengono a mancare. Deve intercettare una domanda nuova: la domanda di tutti quegli italiani di ogni tipo che ogni giorno arrivano in terra tedesca e che spesso non assomigliano a noi – a noi che siamo qui da tanto, siano 10, 20 o 50 anni. Deve prepararsi alle sfide che lo attendono, e farlo senza paura.

Oggi ho avuto una lunga telefonata con Nino, Presidente del PD di Hannover, da sempre iscritto al sindacato e alla SPD. Ha un anno più di mio padre, un meraviglioso accento catanese e il dolce pragmatismo di chi ne ha viste tante. Mi ha raccontato di come fosse privilegiato, cinquant’anni fa, rispetto ai suoi connazionali che sono arrivati in Germania con lui: aveva una specializzazione in chimica, non partiva da zero. Ma ha comunque cominciato scaricando sacchi di cemento, perché si sa, all’inizio tutti si devono adattare (“il tessuto sociale è cambiato”, mi dice, spiegando in cinque parole il lusso che ho avuto di poter scegliere sempre che cosa fare nella vita).

Gli chiedo come mai abbia scelto di sostenere una lista come la nostra – dico sempre nostra perché anche se non mi candido la sento un po’ mia, da quanto ci credo – una lista fatta di persone che non hanno dovuto spostare sacchi, che probabilmente non passeranno, come lui, 42 anni nella stessa cementeria. Mi dice una cosa bellissima. “Ho conosciuto Flavio, candidato della lista, durante le attività del Circolo di Hannover. Ho pensato che fosse la persona giusta: è aperto, è istruito – mi piacciono le persone istruite – ma non fa mai sentire in imbarazzo le persone meno istruite di lui”.

Ci tiene a dirmi che anche i candidati delle altre liste sono persone in gamba, per bene; che bisogna lavorare tutti insieme, perché il PD è nato per unire e non per dividere. Che non dobbiamo mai dimenticare che c’è bisogno di tutti, dall’operaio al professore, e che ognuno ha il suo compito e fa la sua parte. Gli domando se non abbia paura di non sentirsi rappresentato, e la sua risposta è immediata: “Ma no! Io sono rappresentato bene! Ed è giusto che ai giovani venga dato lo spazio che ciascuno merita. Solo una cosa: non dimenticate che anche i meno giovani possono arricchire il nostro partito. Non è l’età a fare la differenza”. La chiacchierata scorre, io andrei avanti per ore ad ascoltare, e prima di salutarmi Nino aggiunge un ultimo pensiero: “È importante che tutti contribuiamo, anche economicamente. Il Segretario del PD Germania dovrà spostarsi tanto, questo costa: non è giusto che possa essere Segretario solo chi può permetterselo”.

Senza radici non si cresce, penso dopo aver messo giù il telefono.

E le radici che abbiamo sono sane, sono profonde. Non le dimenticheremo, cercando di fare la nostra parte per far maturare qualche frutto buono.

Geremicca, Renzi e l’identità debole del PD

Commentando il voto del Senato sugli arresti domiciliari di Antonio Azzollini, scrive Federico Geremicca sLa stampa:

Qualunque siano le ragioni della correzione di rotta – salvare la maggioranza di governo o sottovalutazione del clima che attraversa il Paese – essa si è rivelata sbagliata e poco comprensibile, per un partito che – in altre occasioni – ha chiesto e ottenuto dimissioni di ministri addirittura nemmeno indagati. Il vicesegretario Serracchiani ha commentato l’accaduto parlando di «occasione persa». Il punto è che occasione dietro occasione (dal caso-Crocetta alla vicenda di Mafia Capitale) quel che rischia di andar perduta è l’identità del Pd.

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Tra andare e restare. Lettera agli indecisi del PD

Sono una semplice segretaria di Circolo, di un circolo per di più piccolo e alla periferia dell’impero. Ma sento il bisogno di scrivere a voi, che ora non sapete se andare o restare; che vi arrabbiate quando la Boschi dice che tanto Civati non lo seguirà nessuno; che siete sinceramente stufi di essere percepiti come una palla al piede.

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