Di tessere, primarie e di quello che dovrebbe essere un partito

Un partito non è un’associazione come tutte le altre. A differenza delle associazioni con scopi ricreativi, culturali, sociali e chi più ne ha più ne metta, un partito ha un compito che lo rende unico: quello di interpretare la realtà, in modo continuativo e coerente, e di trovare soluzioni per migliorarla, secondo i propri principi ispiratori.

Credo sia questo il punto di partenza per ogni discussione sulla forma partito: aperto, chiuso, con primarie, senza primarie, degli iscritti o dei simpatizzanti.

Quando mi sono avvicinata più attivamente al PD era il 2012, e avevo la sensazione che allora il partito non sapesse interpretare la società né fosse in grado di parlare agli elettori. Questa sensazione, purtroppo, è stata confermata dalle elezioni del 2013: al di là della disastrosa campagna elettorale, il vero motivo che ha portato al risultato che conosciamo è stato l’aver sottovalutato il fenomeno Cinque Stelle. Il che vuol dire una cosa, soprattutto: il partito non è stato in grado di interpretare la realtà e di dare risposte concrete ai problemi della società.

Nel 2013 il PD era – purtroppo – un partito autoreferenziale. Era fatto spesso di persone brave e competenti; era spesso onesto e aveva alcune idee buone; ma era autoreferenziale, perché aveva se stesso come orizzonte e non la società. E se Renzi ha inizialmente dato l’impressione di rompere questo muro di autoreferenzialità – una rottura che, come sempre, ha avuto dei costi – attualmente non saprei dire che atteggiamento il partito abbia. Se sappia davvero leggere la realtà o se dia solo l’impressione di farlo.

Perché questa premessa è importante per la discussione sulle primarie aperte o chiuse e sul valore del tesseramento?

Se il partito deve essere in grado di interpretare la società e di rispondere ai problemi che pone, è chiaro che il ruolo dei Circoli, le antenne del PD sui territori, è assolutamente centrale. Ed è un ruolo preciso: ascoltare la realtà, misurarne quotidianamente il polso, interrogarsi sulle misure messe in atto, valutare se siano giuste, se siano migliorabili. E fare tutto questo nel modo il meno autoreferenziale possibile: perché è vero che un partito si rivolge a un elettorato; ma l’elettorato varia, non è eterno, va conquistato. Ed è vero anche che se si desidera la giustizia sociale – o qualcosa che ci assomiglia, diciamo – non possiamo tenere come unico riferimento l’orizzonte limitato delle persone che riusciamo a coinvolgere attivamente.

In quest’ottica siamo sicuri che un “partito dei tesserati” sia davvero lo strumento migliore? (Perché sì, di questo sono convinta: un partito è strumento, non fine. Uno strumento che, per essere efficace, ha bisogno di pazienti cure).

In questi anni ho conosciuto tanti tipi di tesserati: chi si tessera per ragioni identitarie o per tradizione; chi si tessera perché vuole sostenere la leadership del momento e chi per contestarla e modificare la linea politica del partito; chi si tessera perché sente bisogno di una appartenenza, e chi non si tessera perché rifiuta l’appartenenza e preferisce sentirsi libero di prendere posizione volta per volta, laicamente, su tutto quello che succede. Ci sono tesserati che non partecipano alle riunioni e non tesserati che partecipano sempre. Per qualcuno la partecipazione vale più della tessera, per qualcuno la tessera più della partecipazione. E questa sovrapposizione di piani emerge chiaramente in momenti di congresso o di primarie.

Da quando sono segretaria di circolo ho sempre cercato di non far sentire nessuno moralmente obbligato a tesserarsi. Ho sempre seguito un principio per me fondamentale: ogni persona che decide di fare la tessera, o di non farla, è un adulto con capacità di discernimento e scelta. Non cambia idea se cerco di convincerlo a tesserarsi o se cerco di dissuaderlo dal lasciare il partito. Ogni scelta è libera e deve essere apprezzata come tale. La mia prospettiva è chiara: voglio un partito che non metta se stesso al centro, ma le persone e le loro idee. Ho sempre pensato che un partito in cui la tessera è più importante della partecipazione è come una stanza con tante finestre, tutte chiuse: l’aria non circola e si finisce con il soffocare. Se lascio le finestre aperte certo qualcuno uscirà, ma potrà rientrare, e l’aria circolerà libera – le idee potranno entrare e germogliare e magari portare qualche frutto.

Per questo continuo a ritenere la tessera uno strumento da ripensare: magari con una differenziazione delle tipologie di tesseramento, in cui a diversi gradi di impegno corrispondano anche diversi gradi di responsabilità nelle decisioni che si devono prendere.

E in cui il voto per cariche strettamente politiche, come sono anche i segretari regionali, spetti all’anello più largo di questa appartenenza: un livello in cui si possano riconoscere tutti i tipi di simpatizzanti più o meno attivi, così che non ci sia una penalizzazione di chi rifiuta l’appartenenza ma è prodigo di idee a scapito di chi prefersice una appartenenza meno impegnata – o viceversa. Nella pratica questa cosa così complicata si potrebbe tradurre, semplicemente, nella creazione di un albo  degli elettori.

Certo, il partito deve ancora maturare. E certo, occorrerebbe sul lungo periodo un meccanismo di istituzionalizzazione delle primarie che consenta di limitare al minimo le irregolarità.

Ma sono convinta che non sia un caso che il PD sia nato con le primarie, e di questo vado ancora fiera.

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