di getto, sul Renzi di governo e su come sono arrivata fin qui

Ho deciso, dopo tantissimo tempo, di riprendere in mano il programma di Renzi del 2012. Non l’ho fatto per nostalgia, ma per ripercorrere le tappe del mio avvicinamento alla politica e sentire di nuovo mie le idee che mi hanno spinto a mettermi in gioco.

Se mi sono entusiasmata per il programma di Adesso! e tuttora quasi mi commuovo vedendo qualche video della campagna di allora, un motivo c’è, e anche più di uno.

Nonostante non fossi stata a nessuna Leopolda e non conoscessi di persona nessuno degli attivisti migliori – alcuni li avrei conosciuti più avanti e mi dispiace che non abbiano fatto la strada che meritavano, e che avrebbe fatto bene all’Italia – avevo la sensazione, anche solo attraverso Facebook, di far parte di un gruppo più grande di quanto immaginassi, un gruppo che parlava la mia lingua e in cui mi sentivo a casa. Leggevo blog e giornali riconoscendo cose che avevo sempre pensato ma che erano rimaste inespresse, litigavo con perfetti sconosciuti, a volte molto maleducati, con la consapevolezza di non fare una battaglia in solitaria.

Soprattutto, però, sentivo di aderire profondamente all’idea di paese che traspariva dalle pagine del programma. Avevo la sensazione che tante cose di buon senso fossero messe insieme a tante competenze tecniche per mostrare la direzione da prendere. Era così nell’ambito della pubblica amministrazione e della semplificazione, in quello del lavoro, in quello della promozione del territorio. Era così per l’idea di uno stato trasparente (ricordo quanto andasse di moda dire “Freedom of Information Act”, di cui ora non si sente più parlare), per i volumi zero, per le piccole opere, per i diritti, per gli asili nido. E per l’integrazione europea, che si cercava di raccontare per quello che dovrebbe essere: un progetto entusiasmante di tutti.

Quando, a febbraio, Renzi ha preso il posto di Letta sapevo che non sarebbe stato facile e che il programma del 2012 sarebbe stato solo un riferimento lontano. Già la campagna congressuale 2013 aveva preso una direzione diversa: si notava da subito l’esigenza di sfumare il merito dei discorsi per poter allargare il consenso. Avevo perso per strada un po’ dell’entusiasmo da neofita dell’anno precedente e imparato a digerire l’idea che la politica è anche, appunto, gestione del consenso e ricerca del potere: e pensavo che queste erano le regole del gioco, e che alla fine l’importante erano i risultati.

Continuo a pensarla così, ma nel frattempo un paio di cose sono cambiate. La realtà è meno pulita e cristallina dei fogli di un documento programmatico. Anche se i punti che Renzi sta cercando di affrontare sono sempre gli stessi di cui parla da anni, sappiamo tutti che alla prova dei fatti le cose si sporcano e diventano meno belle, meno attraenti. La riforma del bicameralismo perfetto è un po’ così così, la nuova legge elettorale è un po’ così così, il jobs act sembra non fare contento nessuno. Soprattutto, però, ed è questa la cosa peggiore, si è persa quella dimensione collettiva che il primo Renzi mi ha trasmesso: la sensazione di camminare insieme verso una meta, anche piccola, anche lontana, anche insignificante, ma una meta migliore per il nostro paese.

Io in certi momenti la capisco, la retorica dei gufi e l’insistenza su chi non vuole mai cambiare niente. Capisco che se si vogliono mettere le mani negli ingranaggi del potere bisogna sporcarsi le mani e quasi niente viene fuori come lo si pensava. Conosco il fondo di conservatorismo di tanti ambienti, la resistenza fortissima al guardare in avanti anziché indietro. Ma se la retorica della rottamazione andava bene qualche anno fa per risvegliare una situazione incancrenita, adesso è il momento di una narrazione diversa.

È il momento di una narrazione che unisca e che faccia vedere un obiettivo comune, che faccia capire che c’è bisogno di tutti e che nessuno è escluso.

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