I commenti al mio post precedente

Ho deciso di copiare qui, anonimamente, i commenti che su Facebook e in privato ho ricevuto dopo il post sull’associazionismo italiano all’estero. L’ho fatto dopo aver chiesto il parere degli interessati, nell’ottica di mettere a disposizione l’intera discussione in modo più o meno organico. Man mano che riceverò ulteriori “liberatorie” aggiornerò i thread con i commenti mancanti.

  • Thread 1:

“Molto interessante, ma … come rispondi tu alla domanda finale? l'”altro” di cui ci sarebbe bisogno cos’è? cmq io penso che l'”italianità” debba interagire con il contesto in cui s’inserisce, piuttosto che chiudersi a riccio: pensa agli Istituti Italiani di Cultura, che sono quasi sempre (con eccezioni) luoghi di raccolta di italiani più o meno chic che si vedono per una mondanità culturale senza ricadute sul paese in cui vivono, e neppure sulla loro esperienza personale. La rappresentanza politica, poi, nell’era dello svuotamento della democrazia, andrà ricostruita, se si vuole ricostruirla, dal basso, cioè con interventi reali, istituzionalmente riconoscibili, sul territorio, anziché nel corto circuito tra associazioni e parlamentari – ma questi ultimi, ahimé, hanno bisogno di un bacino elettorale”.

“Credo che i punti essenziali siano: 1. Riforma dell’intera rete estera. Al momento è un magma frutto di conquiste progressive che a mio avviso non sono state rese omogenee. Ci sono doppioni e organismi davvero inafferrabili. Secondo me, mantenendo la circoscrizione estera, si dovrebbero tagliare comites e cgie e riformare strutturalmente iic e consolati. 2. Credo che il problema più grande sia per i parlamentari crearsi un elettorato di per sé fluido perché non facilmente raggiungibile. Le associazioni sono state figlie del loro tempo (un tempo in cui i partiti italiani non avevano cittadinanza all’estero, per altro). Ora tocca ai partiti. Credo che si debba davvero uscire dai circuiti classici e conquistare simpatizzanti in tutti i modi e in tutti i luoghi grazie ad un’offerta di approfondimento politico e di dialogo che troppo spesso manca, perché a rischio di autoreferenzialità. 3. In tutto questo alcune mansioni dovrebbero passare in europa ai paesi accoglienti: vd. L’annosa faccenda documenti. Questo implica a livello di partito una elaborazione differenziata per Europa e resto del mondo, che invece mi pare tardi ad arrivare”.

“Non sono molto d’accordo con quanto scrivi, Cecilia, ma una risposta punto per punto richiederebbe troppo tempo. Le uniche cose che posso rispondere subito riguardano rinascita e.V., di cui faccio parte da tanti anni e che ho visto cambiare proprio con l’avvicendarsi di persone nuove. Se si fanno attività – ricreative, culturali e informative – i nostalgici, se ci sono, in genere restano a far da tappezzeria, perché occorre confrontarsi con realtà in continuo cambiamento. Nel caso specifico della nostra associazione, inviare circolari per informare su eventi culturali e per aiutare a trovare casa e lavoro ci pone quotidianamente in contatto con i nuovi arrivati, e i nuovi arrivati scoprono che esiste un’associazione culturale che si occupa anche di loro. È una scelta soggettiva quella di avvicinarsi al gruppo o meno, e credo che dipenda da molti fattori personali, ma la cosa importante è sapere che si può far riferimento a questa realtà. Per quanto riguarda la vita sociale all’estero, ho molti più dubbi sul ruolo di un partito politico straniero. La collaborazione con i patronati invece è importantissima, dà indicazioni sulla popolazione meno rappresentata e sui problemi che occorrerebbe affrontare per migliorare la vita in emigrazione, fermo restando che nessuno di noi ha l’autorità per cambiare le leggi del Paese ospitante”.

“Quando io da britannico viaggio, diciamo, in Italia, l’ultima cosa a cui penso e’ cercare di incontrare intenzionalmente altri del mio paese. Se li incontro per caso, in modo spontaneo, e’ un’altra considerazione. Mia moglie italiana, ormai diventata britannica quasi 40 anni fa e abita qui da 40 anni, non ha mai avuto bisogno di cercare amicizie specificatamente italiane qua, anche se contiamo vari italiani tra i nostri amici qui in Inghilterra. Vivendo in un qualsiasi paese, avendo figli in quel paese, l’importante e’ adattarsi al 100% a quel paese senza trascinare troppo una gamba nel passato”.

“Cara Cecilia, ho letto con interesse il tuo articolo ma a dire il vero non mi ci trovo. Nelle associazioni di Monaco che conosco c’é un pó di tutto. Esistono, é vero, alcune associazioni tipiche della vecchia migrazione. A volte rimangono legate a vecchi schemi e non riescono a seguire i mutamenti della comunità, ma non vale per tutte. Porto alcuni esempi: nel 2008 é nato su iniziativa di alcuni concittadini (tutti “young professionals” del boom del 2000) un coordinamento genitori italiani in baviera per coordinare un’azione comune contro la scomparsa dei corsi di lingua e cultura; Ass. culturale siciliana “Le Zagare” associazione culturale siciliana, etá media credo piú bassa che nel PD di Monaco e professionalitá varie; Un’Altra Italia, di cui fa parte anche la da te citata Rinascita, anche questa molto popolata anche da giovani e nuovi arrivati; BiDiBi associazione trainante della scuola italo-tedesca, affermati professionisti di immigrazione recente o di medio-termine; I-Talìa, altra assiciazione culturale (compagnia teatrale) che tutto mi pare fuorchè “antica”. Io credo che anche quello dell’associazione sul territorio sia, a volte, un cliche. Le associazioni in senso lato tendono a rispondere a bisogni che l’individuo non pensa di poter soddisfare in quanto singolo: credo che in questo molti di noi possano ritrovarsi…che si parli di AGESCI come di associazioni professionali e scientifiche”.

“Cara Cecilia, anch’io ho letto con molto interesse le tue riflessioni sulla natura dell’associazionismo oggi. Condivido alcune preoccupazioni altre no. A dimostrazione di quanto ancora possono essere importanti le associazioni – anche di vecchia impronta e gestite da una emigrazione più tradizionale – ti allego un articolo scritto da una persona che conosco bene e che grazie ai contatti con una importante realtà qui a Stoccarda è riuscita a trovare un posto di lavoro e, come dice lei, una famiglia. Per dare un giudizio più approfondito della tematica bisogna includere tutti gli aspetti dell’associazionismo. Le nuove generazioni spesso tendono a spazzare via tutto quello che si è creato in lunghi anni di sacrificio e di lotta quotidiana per il mantenimento di queste strutture che operano con pochissime risorse. A mio parere bisognerebbe dare tutti una mano affinché queste strutture non spariscano e, con uno scatto di “umiltà”, a contribuire che esse rimangano “attuali, efficaci e moderne” con l’approccio anche delle nuove generazioni e di persone che arrivano adesso dall’Italia. Creare momenti di dialogo e confronto, pensare dall’interno di queste strutture come renderle – in certi casi – più vivaci e come creare un ponte fra associazionsimo italiano con l’associazinismo tedesco/multietnico nei luoghi dove si opera, sono punti su cui riflettere per dare ulteriore impulso a queste importanti strutture… http://lanuovasardegna.gelocal.it/nuoro/cronaca/2014/10/22/news/sos-da-stoccarda-salviamo-i-circoli-1.10165830″.

“Condivido questa analisi e la condivido da persona (insieme ad altri) fondatrice del Circolo Cento Fiori. Nulla togliendo alla capacità di alcuni dirigenti o militanti di questa o altre associazioni, resta il fatto che i numeri sono in fase decrescente. Ricordo ancora degli incontri della comunitá sarda con oltre un migliaio di persone oggi inimmaginabili. Cosi è per molte altre associazioni. Questa era una discussione sul tema che avremmo gradito fare già nell’ultima elezione COMITES ossia già 10 anni fa. Siamo quindi in ritardo, ma come si dice: meglio tardi che mai”.

“Secondo me si dovrebbe definire cos’è un’associazione. Non ci vuole per forza la dicitura e.V. per formarne una.
Per esempio, non penso che gli italiani in Germania siano “poco associati”. Se uno considera i gruppi che si formano su Facebook, o altri social network, gli Stamm Tisch e altre azioni “informali” magari si scopre che in realtà gli italiani sono molto “associati”.
Soprattutto mi sembra che esistano diversi canali più o meno efficienti per soddisfare determinati bisogni come ricerca di lavoro e di alloggio, creazione di gruppi di gioco per bambini e via dicendo, che funzionano anche senza l'”ufficialità”
I circoli e le associazioni culturali, soprattutto quelli ufficiali, sono solo un “tipo” di associazione, tra l’altro non dichiaratamente a fine politico e neanche a fine assistenziale.
Il fatto che il numero di membri di quest’ultime diminuisca e quindi i rispettivi responsabili rimangano in carica più a lungo non significa che gli italiani si associno di meno, ma che semplicemente che usino altri canali poco considerati in queste discussioni.
Esiste tra l’altro un fenomeno di frammentarietà che magari genera l’impressione che ci sia poca partecipazione perchè ognuno conosce le attività e i membri del proprio “intorno”.
Magari però, in ognuno di questi piccoli intorni c’è molta partecipazione”.

  • Thread 2:

“Cara Cecilia, mi introduco in una discussione in cui non sono invitato. Ma mi è caduto l’occhio su questo post nella time-line. Il tema dell’associazionismo non può essere esaurito, a mio modestissimo avviso, in una semplice contrapposizione tra vecchia e nuova generazione. Una contrapposizione che tu evidenzi implicitamente assieme ad una distinzione anche “sociale” ossia tra “scienziati e ricercatori” e “tutto il resto”. Francamente credo che questo ragionamento sia rischioso e semplicistico. L’esperienza personale, per quanto importante, non può essere generalizzata. A questo punto basta trovare un cigno nero per dire che la realtà è decisamente più complessa o positiva: e di cigni neri, in questo caso ce ne sono molti. L’associazionismo è in trasformazione, forse. I nuovi media influenzano sicuramente anche questo modo di entrare in contatto con gli altri, tuttavia la rete non sostituisce l’associazione (sia essa formale o no) tra persone reali. Anzi, molti casi evidenziano come la rete sia un facilitatore nel raggiungere persone distanti, ovviamente. Come la rete sia un agente aggregante che però ha dei limiti molto forti. Ci sono gruppi che in internet si formano, ma solo nella realtà poi si definiscono e riescono ad agire. La comunità di italiani a Lipsia, per esempio è un caso interessante: un gruppo online fatto di persone sconosciute, di ultima generazione (cigno nero) si costituisce associazione Italiani a Lipsia e.V. e come questi anche a Berlino è successo più o meno lo stesso, si è passati da un blog Italiani a Berlino ad un’associazione vera e propria (secondo cigno nero) e tra l’altro quest’ultima ha creato una lista propria a Berlino per i Comites. Eviterei di generalizzare poiché si rischia di fare dei “torti”. Ci sono spazi di incontro in associazioni nuove che mettono insieme prima e ultima generazione ed è un po’ lo stesso che sto facendo io a Berlino con l’Osservatorio che ho creato da poco… Concordo con te nel chiedermi: ha senso la connessione rappresentanze e associazionismo? Direi di sì se l’associazionismo è quello sano e positivo e spontaneo che ha come scopo quello di unire. Direi di no (e io dico: speriamo spariscono presto) se sono associazioni fasulle o fantoccio nate con scopi non nobili che mirano solo al potere, al prestigio o a racimolare soldi.. su questo ti do ragione: facciamo però una dovuta distinzione… e magari portiamo il ragionamento anche all’interno del partito (associazione politica dopotutto). Sta a ciascuno di noi avanzare proposte e impegnarsi per realizzare certe cose… certo se arriva un assegno da 300.000 euro dal finanziere di turno è più facile…. ma ci accontentiamo anche di gruppi più genuini, caserecci e umili… che hanno veramente voglia di contribuire allo sviluppo della collettività… e ce ne sono molti di questi…”

“I miei due cents: è un dubbio più che lecito quello di cui scrivi e non porselo significherebbe non stare attenti alle trasformazioni in atto nè ai veri bisogni. La mia esperienza personale, da fuori giro, è che l’associazionismo italiano qui non risponde lontanamente alle mie esigenze e anzi non mi interessa perché la mia priorità è l’integrazione nella società tedesca. Però ricordo che quando vissi in DC ero più lontano, c’erano molti meno italiani in città e forse in quella situazione avrei potuto essere interessato, ma sempre e solo in caso di una permanenza più lunga (fattore che hai citato)”.

“Un paio di brevi osservazioni. Sono abbastanza d’accordo con quanto dice Cecilia, anche se credo che la “contrapposizione” (se così vogliamo chiamarla) sia non tanto tra vecchia e nuova emigrazione, o tra persone di diverso background culturale, quanto piuttosto tra persone che sono emigrate per propria scelta, magari per sfuggire a una certa mentalità o a certe logiche tipicamente italiane, e persone che invece sono state costrette dalle circostanze a lasciare l’Italia. Queste ultime probabilmente hanno la necessità di mantenere un legame con l’Italia, e magari anche il bisogno di qualcuno che ne difenda e garantisca gli interessi. Gli altri invece non sentono il bisogno di questa rappresentanza, anzi se ne stanno ben alla larga quando vi ritrovano gli stessi difetti e le stesse logiche italiane da cui sono fuggiti. E’ anche vero che molte associazioni, pretendendo di rappresentare la comunità italiana e i suoi interessi, rischiano di diventare un ghetto che impedisce una integrazione nel paese ospitante. Io personalmente non starei nel Gruppo Teatrale se questo avesse la pretesa di rappresentare la comunità italiana o di rivolgersi solo ad essa ed alle sue esigenze, ai suoi interessi.
Una considerazione finale: a Monaco (con oltre 23000 italiani ufficialmente registrati all’AIRE) su tre liste propostesi per le elezioni dei Comites solo una è riuscita (e anche quella proprio per un pelo) a raggiungere il quorum di 200 firme, nonostante l’enorme lavoro di sensibilizzazione e di mobilitazione svolto. Credo che questo fatto sia un ulteriore indizio del distacco esistente tra una gran fetta della popolazione e le associazioni, nonostante la loro pretesa di rappresentanza”.

Il caso di Monaco sembra che stia diventando il metro di misura sulla rappresentatività delle associazioni. Guardate anche a quello che è successo altrove dove le associazioni sono state fondamentali per il successo delle liste dove partecipava il PD“.

  • Thread 3

“Cara Cecilia, mi risevo di scrivere un mio commento sul ruolo dell’associazionismo, visto che ne faccio parte da oltre 30 anni, in un momento in cui ho più tempo. Su quello che scrivi due veloci osservazioni: 1) Se nei Comites che si eleggono oggi l’associazionismo ti sembra sopravvalutato la ragione va ricercata nel fatto che prima di rinnovare i Comites bisognava rivedere la legge e aggiornarla alle nuove esigenze ed esperienze dell’emigrazione. Invece si è preferito fare le cose di fretta e di conseguenza la legge che regola i Comites vede nell’associazionismo l’asse portante di esso come tu stessa hai scritto. 2) La “nuova emigrazione” (io la chiamo così) cerca spazi, vuole essere protagonista in una forma diversa, ha una visione diversa del ritrovarsi? Penso che nessuno lo vieta di crearsi spazi per essere attivi e protagonisti …… ma le risposte quei “nuovi giovani” che vengono in Germania in cerca di lavoro, qunando sono alla disperazione, le cercano nelle “vecchie” Missioni o nelle mie “vecchie” ACLI”.

In un tuo post hai scritto che le associazioni sono state figlie del loro tempo e che adesso tocca ai partiti. Bene, allora che i partiti siano in grado d’interpretare i bisogni dell’emigrazione specialmente quella nuova e di sapere dare concrete risposte. Ma quali sono i bisogni delle nuove generazioni d’emigranti? Nella mia associazione vengono sempre quelli che non hanno trovato niente e che sono alla disperazione. La rete di “assistenza” che si è creata nella vecchia emigrazione è spesso in grado di dare delle risposte a queste persone, ma i Partiti? E la rete ? Le assurdità che si leggono nella rete sono impressionanti ….. mentre noi cerchiamo di dare risposte ed informazioni “sicure”. Al Forum der Kulturen a Stoccarda aderiscono oltre 100 associazioni di tutte le nazionalità, comprese alcune italiane. Sono queste associazioni che vengono interpellate e che hanno un ruolo nella vita culturale della città, non i Partiti. Domani c’é un pranzo di solidarietà per raccogliere fondi per iniziative di “solidarietà” in Africa: l’organizzano le associazioni e la Missione, non i Partiti. Al pranzo si sono iscritti oltre 150 persone …. tutte della “vecchia emigrazione” e chi è li a fare volontariato a servire sono i figli di questa vecchia emigrazione ….. di nuovi non se ne vedono …è poco cool ! Sempre dal vecchio associazionismo uscirà tra poco a Stoccarda un leporello con informazioni su come orientarsi (casa, ricerca lavoro etc.) a Stoccarda; e poi si aprirà uno sportello informativo che non darà solo informazioni, ma consiglierà e accompagnerà (quando è possibile) le persone che arrivano per la prima volta a Stoccarda. E se vao si radio colonia troverai un servizio su un progetto che viene portato avanti sempre dalla vecchia emigrazione. E per concludere, visto che tutto questo che ho elencato può dare l’impressione che sia solo sociale e che manca il tocco politico, t’invito il prossimo 15 novembre a Freiburg dove in occasione del 40.mo delle ACLI in quella città, organizziamo il convegno: E se il volontariato scioperasse? L’associazionismo interroga la politica“.

“Quello che dici mi trova per molti versi d’accordo, ma ho un dubbio. Anzi, due.
Chi sono esattamente le associazioni? Cioè: credo sia un errore metterle tutte nello stesso pentolone, nel bene e nel male; ci sono associazioni che hanno fatto cose importantissime (e fanno cose importantissime) e altre che hanno solo gestito forme di potere, anche se potere da poco.
A Lussemburgo, ti ricordi, le associazioni di laggiù univano sia nuova che vecchia migrazione…forse noi in Germania siamo un po’ più tonti, boh. (Ah, no, tu non c’eri in Lussemburgo, ma ti avranno raccontato…).
Poi […] non so bene se gli italiani si sentano ora più europei; vero è che gli italiani (associati o meno) hanno fatto pochissimo per relazionarsi con la cultura e la politica tedesca (infinitamente meno italiani che turchi presenti nella politica, nella cultura e perfino nello sport, in Germania).
Non lo so davvero, tema difficilissimo”.

  • Thread 4: una lettera di Flavio Venturelli (e le relative risposte). Il cannocchiale è puntato nel giusto verso? Riflessioni sulla lettera di Cecilia Mussini riguardo ai COMITES

Cara Cecilia,

avevo promesso una risposta sulla tua lettera aperta, e non ho dimenticato l’impegno preso.

Prima di cominciare vorrei però aprire una parentesi che non avrei mai desiderato aprire. Perché mentre mi appresto a buttar giù le mie riflessioni, non posso non andare col pensiero a una persona che ci ha lasciati da poco. E’ probabile che ancora le mie opinioni andrebbero a cozzare con quelle di Cetti Vacante. Purtroppo ciò non potrà avvenire. Non ha mai mancato di dire la propria. Per me erano spesso urticanti le sue prese di posizione. Ma la sua onesta franchezza è una qualità fin troppo rara e ci mancherà. Non solo a Monaco o in Sicilia.

E veniamo alla tua lettera sui Comites e sulla rappresentatività delle associazioni di italiani all’estero. Cara Cecilia, il tuo grande merito è quello di aver richiamato l’attenzione di chi, come Laura Garavini, rivendica come una grande vittoria il rinnovo dei nostri organi di rappresentanza. “Attenzione”, dici, “in questa vicenda c’è qualcosa che non va”.

La vera occasione di queste elezioni sarebbe potuta essere quella di aggiornare questi organi alla situazione attuale, piena di fermenti e zeppa di nuovi arrivati che continuano a giungere, sempre meno attratti da una balorda madrepatria. E invece…invece, come sappiamo, si è scelta una strada fatta di tempi risicati (eufemismo) e modalità che sembrano uscite dalla gag del notaio rimbambito del Pippo Chennedy Show (la citazione ci sta, tanto siamo in pieno revival degli Anni Novanta, dalla musica a Tony Blair…). In parte confermando regole in vigore, in parte avvallando prassi del passato, si è reso ostico, in molti casi pressoché impossibile aprire i Comites a chi ha voglia di partecipare davvero.

Il tuo merito, dicevo, è stato quello di richiamare un po’ tutti, e non solo i parlamentari, su un fatto che non si può più ignorare: è il modo stesso in cui sono concepiti questi organismi, le modalità di elezione dei loro componenti e, in fondo, anche tutta l’architettura delle rappresentanze degli italiani all’estero a risultare inattuale. Hai voluto indicare una meta verso la quale puntare, la loro attualizzazione, ma anche un cannocchiale per trovarlo. Solo che, a mio avviso, ci hai consegnato il cannocchiale puntato al contrario. Perché se osserviamo il mondo dell’emigrazione italiana nel suo complesso e tentiamo di leggerlo attraverso le categorie interpretative “vecchio”/”nuovo”, l’obiettivo si allontana anziché avvicinarsi.

E questo per due motivi: per via delle categorie “vecchio/nuovo”, appunto, e per via della scala che hai scelto. Non userei le prime e non mi limiterei alla realtà di Monaco, peraltro un po’ filtrata attraverso i social neworks. Perché così ne esce una rappresentazione troppo schematica della situazione. Intendiamoci, anch’io penso che le associazioni degli italiani all’estero siano nate in un contesto storico preciso differente da quello attuale. E sono composte da persone di età più avanzata rispetto a quella della media percepita di coloro che formano le “ondate” più recenti. Persone che a volte sembrano affezionate a una rappresentazione dei “giovani d’oggi” che è fuori dalla realtà. Ma è altrettanto distante dalla realtà pensare che si tratti di gruppi ormai irrilevanti.

Le “vecchie” associazioni sono ancora composte da persone che vogliono partecipare. Lo fanno attraverso modalità che talvolta risultano distanti da chi appartiene a un’altra generazione. Ma lo fanno eccome, e con numeri decisamente rilevanti. Etichettare quei gruppi come superati rappresenterebbe a mio avviso un errore.

Quanto alle leve più recenti, a parte il fatto che non riusciamo ad avere un’idea precisa dei loro numeri, di sicuro non si limitano a gruppi di accademici e creativi. Neanche quei gruppi sono più tanto nuovi, peraltro. Ammesso che Facebook sia uno specchio fedele della realtà – probabilmente lo è, con una buona approssimazione – allora penso che sia sotto gli occhi di tutti come l’emigrazione italiana sia un magma in movimento in cui si trova letteralmente di tutto, dall’incolto sprovveduto al tecnico all’intellettuale. E, come un magma, si spande non più in alcuni centri metropolitani ma ormai è pressoché ovunque vengano offerti posti di lavoro, anche nell’ultimo paesello della Foresta Nera.

Di luogo in luogo cambia la composizione di questo magma. Ma la mia impressione e la mia esperienza personali mi fanno notare diverse persone che sono sì arrivate qui per lavorare. Ma che poi, a prescindere se siano colte o meno, si sono rese conto di trovarsi in un “paese normale” (perdonerai l’espressione dalemiana), dove anche spedire una semplice raccomandata non è un’impresa. Con regole non sempre chiarissime, ma certe. Fatte grosso modo a misura d’uomo. A quel punto, un certo numero di queste persone cominciano a porsi delle domande: perché qui è così e da noi no? E perché dovremmo restare frammentati, isolati, assenti dal tessuto sociale che ci ha accolti? In alcune situazioni, queste domande restano senza seguito. In altre, anche grazie ai social, queste persone vengono in contatto tra loro e la loro voglia di esserci, come italiani nel paese che li ospita, li porta ad organizzarsi. In Germania, dove i gruppi di interesse si costituiscono quasi subito in associazioni, nascono associazioni “nuove”. Da quegli stessi gruppi, “social” e spontanei, in alcune realtà sono nate liste per i Comites come ad Amburgo o Francoforte.

Il “magma” delle diverse ondate di nuove emigrazioni italiani si giustappone a realtà per lo meno quaranta-cinquantennali. E sono realtà che neanche a me sembra che dialoghino fra loro né che ne abbiano sempre l’interesse. Anche perché chi arriva dall’Italia ora, spesso crede di riconoscere nel “vecchio” migrante una figura stereotipata alla Pasquale Ametrano/Carlo Verdone. Viceversa, talvolta ci si sente etichettati come “giovani” macchiette, di quelle che popolano i calendari di Frate Indovino.

Ma c’è anche molto di più di questo, che non rientra affatto in quegli schemi. I Comites, che hanno tanti scopi nella loro legge istitutiva, dovrebbero divenire innanzitutto luogo di confronto tra questi “universi paralleli”. Per il semplice fatto che, all’estero, si tratta solo di aspetti diversi di una sola comunità. Credo che al momento spetti alle singole liste, ai singoli candidati, tentare di fare da ponte prima ancora che tentare una sintesi. Io ci sto provando, è il senso della mia candidatura per il Comites di Stoccarda, per esempio: cerco di entrare in contatto sia con lo smanettone social arrivato qui con trolley e tablet, sia con il pensionato arrivato qui decenni fa con la valigia di cartone e anche lui, ora, utente skype. E cerco di farlo incontrando le persone una ad una, perché non mi pare che ci sia altro modo per cominciare.

Concludo: al momento il “pianeta emigrazione italiana” ci appare piuttosto sfocato, per lo meno in Europa. Anche per via dei numeri, visto come (non) funziona l’AIRE. Il giusto cannocchiale per metterlo a fuoco, allora, qual’è? Una risposta immediata e, al tempo stesso, meditata io non la possiedo. Intanto direi, come ho appena accennato, che ci vuole l’impegno personale e sul campo, “casa per casa”. Poi, forse, si tratta di creare reti tra liste e tra rappresentanti che saranno eletti nei Comites – qualcosa di un po’ più dei paludati Intercomites e CGIE – per scambiarsi i dati e le esperienze prima ancora di apporre etichette. Anche se poi un quadro della situazione occorre tracciarlo, e le classificazioni diventano necessarie e inevitabili. Ma cerchiamo di sceglierli insieme i parametri. Infine, continuiamo a richiamare l’attenzione di parlamentari e legislatori ogni volta che questi dovessero sembrarci concentrati solo su una parte dell’emigrazione italiana anziché al suo stato attuale complessivo

Un saluto a te e a chi legge,

Flavio

Commenti alla lettera di Flavio:

“A Lussemburgo alla festa dell’unità ho visto lo stand dell’ANPI (!!!!) gestito da giovani donne alcune delle quali nate in Lussemburgo…
…in una città come la mia (mica tanto più piccola di Lussemburgo, e pure fica, green city e tutto) vanne a trovare tre di italiani giovani nati qua che anche sappiano solo che cos’è l’ANPI, altro che fare uno stand!
Io farei carte false per avere la situazione associazionistica che mi è parso di vedere a Lussemburgo!”

” io nelle associazioni locali trovo un sacco di gente con il dottorato di ricerca come anche persone che non hanno un titolo di studio ma una cultura infinita e capacitá di elaborazione sopra la media. Indipendentemente da questo vorrei peró dire che secondo me l’attitudine all’associazionismo, cara Cecilia, non emerga da un desiderio di rappresenzanza quanto di condivisione. Un’associazione non nasce per rappresentare chi non ne fa parte. Nasce a partire da valori e principi condivisi, da singoli che decidono di mettere insieme le proprie forze per raggiungere un obiettivo comune, semplicemente perchè insieme è più semplice. Poi si scopre che l’associazione da un lato costa energie e che nella vita di oggi in pochi riescono a ritagliare dallo stress quotidiano. Si scopre però anche, che l’associazione genera energie e nuove risorse. Solo in un secondo momento accade che i processi democratici, cercando da piú parti partecipazione alla vita democratica e avendo difficoltà a raggiungere i songoli, si rivolga alle associazioni nel tentativo di contattare con il minimo sforzo, a cascata, un numero congruo di individui. Individui che fra l’altro, aderendo a priori ad una associazione, hanno giá scelto di uscire dal proprio guscio e quindi rivelato una attitudine alla partecipazione”.

“Non é la legge sul Comites a dare rappresentanza alle associazioni, ma quella sulla composizione del CGIE, che secondo me va riscritta da capo a fondo. Fra l’altro il CGIE si rivolge solo ad alcune associazioni (e patronati) e non a tutte quelle che insistono sul territorio”.

“Ad un certo punto scrive Cecilia “adesso toccai ai partiti”. Mi sono persa tra i vari commenti e non lo trovo piú ma mi chiedo fino a che punto. Le Istituzioni devono rappresentare i cittadini, non i partiti. I partiti formulano posizioni che, per definizione, sono di parte. Inoltre é da tempo che la popolarità dei partiti, purtroppo, a torto o a ragione,cala sempre di piú. Io credo che il compito dei partiti non sia quello di rappresentare tutti a tutti costi, ma di andare tra la gente, raccoglierne idee e bisogni, offrire elaborazioni sulla base dei valori che incarnano e quindi tornare a sottoporle al giudizio degli elettori”.

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