Ancora di associazioni, rappresentanza e italiani all’estero

Le risposte al mio post precedente, in cui tentavo qualche riflessione su associazionismo estero e rappresentanza, mi hanno offerto molto materiale su cui riflettere. Ho provato a mettere in fila le questioni principali e ad aggiungere qualche altro pensiero. Sarò anche questa volta grata per ogni commento.

Tipologie migratorie e differenze generazionali

Nel parlare di tipologie migratorie non mi riferisco certo a categorie a compartimenti stagni: per quanto sia comodo pensare il contrario, la “prima migrazione” era variegata al suo interno, così come lo sono la “seconda” (i fantomatici cervelli in fuga) e la “terza” (quella degli ultimissimi anni). Ci sono sempre interstizi all’interno dei quali si annidano le eccezioni e ne sono consapevole. Si tratta, per quanto mi riguarda, di cercare di individuare delle tendenze di fondo: la società – anche la società degli italiani all’estero – sta cambiando, e credo che sia necessario cercare linee interpretative di massima per poter elaborare proposte politiche valide sul medio periodo. Non vuole esserci alcun giudizio di merito (nuovi migranti = bravi vs. vecchi migranti = “cattivi”, oppure associazionismo = inutile vs. rete = utile), ma siccome da qualche commento risulta che il mio contributo sia stato interpretato così ci tengo a fugare ogni anche piccolo dubbio. Non mi interessa stabilire una qualsiasi insensata gerarchia, né sostenere che le associazioni più tradizionali non debbano più avere o non abbiano più alcuna importanza, ma provare a capire quello che sta succedendo, avendo delle ipotesi di fondo e mettendole apertamente alla prova della discussione.

Nonostante alcune importanti eccezioni, mi pare che i commenti fatti consentano di confermare un certa tendenza di fondo: alla mia generazione, costituita in larga misura di migranti per scelta e a volte senza prospettive di permanenza stabile, l’associazionismo non interessa. A loro – persone che vivono in varie parti del mondo, svolgono professioni diverse e, importante!, non sono necessariamente miei amici – sono riconducibili le osservazioni più drastiche: “Ma a che cosa servono le associazioni italiane all’estero?”; “Io cerco il più possibile di starne lontano”; “La mia priorità è stare con i locali” – queste, più o meno, le argomentazioni. Le associazioni più vitali per questa fascia di popolazione sembrano essere quelle legate a progetti specifici (la scuola italo-tedesca, il coordinamento genitori: d’altra parte già nel post precedente avevo parlato delle famiglie come target privilegiato dell’associazionismo).

In parte diverso è probabilmente il discorso sui nuovissimi arrivi: l’esperienza delle ACLI e del Circolo sardo di Stoccarda, ma anche dei Patronati monacensi e di Rinascita, sembra confermare un rinnovato interesse per le associazioni da parte dei nuovissimi arrivi. Sono stati poi segnalati esempi di associazioni nate a partire da gruppi Facebook: un fatto interessante, senza dubbio, che andrà osservato nei suoi ulteriori sviluppi.

Quali associazioni?

Già a questo punto, però, ci troviamo davanti a un problema terminologico non da poco, segnalato anche in alcuni commenti. A che cosa pensiamo quando parliamo di associazioni? A quelle ufficialmente registrate, in Germania individuabili grazie alla sigla “e.V.”? Oppure a gruppi organizzati intorno a progetti singoli? O ancora ad associazioni storiche come le ACLI?

Dare il nome alle cose è da sempre una delle cose più difficili, ma è necessario provarci. Mi pare che si possano individuare diverse tipologie di associazione: alcune si pongono obiettivi più o meno direttamente politici; altre hanno finalità di assistenza per i migranti; altre ancora si occupano di eventi culturali o ricreativi; altre infine nascono in relazione a progetti precisi. Moltissime sono le forme ibride, e senz’altro molte altre quelle che non ho citato, per dimenticanza o mia disinformazione. A tutto questo si aggiungono gruppi molto strutturati in rete: alcuni gruppi di Italiani a Monaco nati su Facebook, quelli gestiti particolarmente bene, offrono ricchissimi materiali informativi sulla vita in Germania, senz’altro paragonabili per mole e precisione a quelli preparati in contesti più tradizionali.

Il mio interesse per queste associazioni varia moltissimo a seconda della tipologia della loro attività, come naturale. Ma in generale mi pongo alcune domande – che provocheranno un finimondo, già lo so: ma le faccio lo stesso. A maggior ragione in un contesto di Unione Europea non dovrebbero occuparsi di tutte le incombenze assistenzialistiche proprio i paesi di arrivo? Qualcuno, ad es., faceva notare come in Svezia ogni migrante abbia diritto ad un interprete per le pratiche burocratiche dei primi mesi. Ci sembra uno scenario paradisiaco, ma visto che la mobilità aumenterà sempre di più non avrebbe senso, a livello politico, interrogarsi anche su possibilità di questo tipo e stimolare i nostri rappresentanti a prenderle in considerazione? O ancora: c’è bisogno di associazioni strutturate per creare momenti di incontro, di cui, come è stato fatto notare, sembra si senta un grande bisogno?

La domanda più importante, però, riguarda la rappresentatività di queste associazioni, su cui tornerò sotto: è giusto che, come prevede la legislazione attuale, alle associazioni sia dato il compito di rappresentare gli Italiani all’estero?

Di disintermediazione e altri demoni

Negli ultimi tempi si fa un grandissimo parlare di disintermediazione, a tutti i livelli, e mi ci sono messa anch’io. Ho l’impressione però che si dia al termine, a seconda delle prospettive, una connotazione positiva o negativa che a mio avviso non ha. Provo a fare un esempio che apparentemente non c’entra nulla con il nostro discorso: il ruolo delle agenzie di viaggio. Ancora una decina di anni fa ricordo di essere stata in una agenzia di viaggio per prenotare un biglietto del treno per Praga, per un viaggio con amici. Avevamo trovato il b&b su internet, ma per il biglietto del treno avevamo avuto problema: alla stazione di Pavia ci avevano addirittura detto che non esistevano (!) treni per Praga. Dieci anni dopo sono stata di nuovo a Praga per un matrimonio. Ho prenotato il biglietto su internet e confrontato decine di alberghi su Tripadvisor – e non ho avuto la necessità di rivolgermi ad alcuna agenzia di viaggio. Un altro esempio, apparentemente in contraddizione col primo: i miei genitori, entrambi sessantatreenni, hanno fatto pianificare un lungo viaggio in Messico da un’agenzia specializzata: avevano esigenze precise, non volevano tour troppo commerciali ma nemmeno rinunciare alle località più famose. L’agenzia a cui si sono rivolti, specializzata in viaggi “di nicchia”, ha soddisfatto tutte le loro esigenze e ha conquistato due clienti. Il meccanismo è descritto benissimo in un articolo che spiega le trasformazioni in atto nel settore turistico sulla scorta di solidi dati (quei dati che purtroppo non ho per l’associazionismo estero):

I vantaggi di pianificare e prenotare la vacanza online sono molti e noti. È comodo, pratico, veloce e si ha la possibilità di accedere a numerosissime informazioni sui luoghi e sulle strutture. C’è da considerare però che ci sono diversi fattori che spesso spingono l’utente ad abbandonare l’acquisto: la scarsa usabilità dei siti, la mancanza di garanzie di sicurezza e di sistemi di booking semplici e affidabili. Talvolta l’offerta internet non permette di personalizzare abbastanza a fondo l’esperienza di viaggio.

Proviamo ad analizzare il fenomeno sulla base della categoria della disintermediazione. La rete, ancora una volta, è l’assassino: la possibilità di prenotare alberghi e viaggi anche in zone lontane comodamente da casa propria ha inizialmente fatto soffrire il settore delle agenzie di viaggio. Dal punto di vista economico, a questa sofferenza per un settore è corrisposto un boom in un settore diverso: quello degli operatori online. Si è avuta, cioè, una diminuzione dei corpi intermedi tradizionali (le agenzie), in favore di una nuova forma di corpo intermedio (gli operatori online). Le difficoltà legate alla grandissima offerta hanno poi spinto determinate fasce di utenti a ritornare ai corpi intermedi tradizionali, che però, per adattarsi al nuovo contesto, hanno dovuto aggiornare l’offerta:

Dunque dalle informazioni alla prenotazione in molti casi c’è un ampio gap che necessita di essere colmato da un intermediario umano, ed è qui che può entrare in gioco l’agenzia di viaggio tradizionale. Le agenzie che sono riuscite a sopravvivere hanno saputo riconvertirsi positivamente in “travel expert”, consulenti specializzati in determinate destinazioni, capaci di offrire un’esperienza di viaggio estremamente personalizzata in fase di selezione e prenotazione avvalendosi delle nuove tecnologie e degli strumenti offerti da Internet.

Proviamo ad applicare questo concetto al mondo dell’associazionismo. Quando scrivo che l’associazionismo ha perso appeal in certe fasce di pubblico non voglio dire che sia morto. Se anche in questo campo la rete ha mescolato le carte, togliendo in parte utenza all’associazionismo tradizionale, ciò non significa che tutto ciò che appartiene alla tradizione sia destinato a soccombere. Forse, ed è questa la mia idea, “sopravviveranno” proprio quelle associazioni in grado di interpretare il cambiamento dei tempi: quelle che sapranno accettare di modificare in parte la loro struttura, che sapranno attirare nuove forze, che sapranno, in sintesi, interpretare i nuovi bisogni (senza dimenticare quelli vecchi).

Di rappresentanza, Com.It.Es. e CGIE

Come scrivevo, la legge sui Com.It.Es. affida una funzione di controllo a tutte le associazioni registrate sul territorio da almeno 5 anni con più di 35 iscritti (per informazione: a Monaco sono state soltando due le associazioni che corrispondevano a questi criteri e hanno risposto all’invito del Consolato). La legge del 6 novembre 1989, n. 368 che regola il CGIE, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, esplicita il ruolo delle associazioni, presente anche nella legge sui Com.It.Es. quasi come un “non detto”:

I membri di cui all’articolo 4, comma 2, sono eletti da una assemblea formata per ciascun Paese dai componenti dei COMITES regolarmente costituiti nei Paesi indicati nella tabella allegata alla presente legge e da rappresentanti delle associazioni delle comunità italiane in numero non superiore al 30 per cento dei componenti dei COMITES per i Paesi europei e del 45 per cento per i Paesi transoceanici, tenendo conto dei requisiti fissati dall’articolo 4 e delle modalità previste nelle forme di attuazione di cui all’articolo 17 che dovranno garantire, sul piano della rappresentanza, il pluralismo associativo (13§1)

E ancora:

Nei Paesi in cui non sono costituiti i COMITES le associazioni delle comunità italiane ivi operanti da almeno cinque anni propongono, alla rispettiva Rappresentanza diplomatica, un numero di nominativi
doppio di quello previsto nella tabella allegata alla presente legge per la scelta definitiva dei membri del CGIE assegnati a quel determinato Paese in conformità a quanto previsto dall’articolo 4, comma 4 (14§1).

Si vede bene, io credo, come l’intera struttura della rappresentanza estera, fatta eccezione per i parlamentari eletti, si basi sulle associazioni, partendo dal presupposto che esse siano rappresentative degli italiani all’estero. Probabilmente è stato così, a un certo punto: Gianfranco, storico esponente dell’associazionismo monacense, dice di ricordare “incontri della comunità sarda con oltre un migliaio di persone, oggi inimmaginabili”. Nella più frammentata situazione odierna mi pare che il principio della rappresentatività delle associazioni vada messo in discussione: non della loro utilità o della loro funzione sociale. Puramente quello della loro rappresentatività politica. Da quando ho iniziato a riflettere su questo argomento non riesco a togliermi dalla testa una domanda: perché, su un piano puramente teorico, un amante del teatro in lingua italiana che fa parte di una associazione riconosciuta dovrebbe avere rappresentanza politica migliore di un amante dei libri in solitudine o di un amante del teatro in tedesco? Siamo sicuri che una legislazione di questo tipo non agevoli, alla lunga, un isolamento degli italiani piuttosto che non la loro integrazione?

A prescindere dalle risposte che si vorranno dare a domande come queste, credo che i partiti politici italiani all’estero debbano oggi, ancor più di prima, interrogarsi sulla loro funzione e sul loro lavoro. Per un candidato, per un parlamentare eletto all’estero parlare con i propri elettori è certo più difficile che per il suo omologo italiano: il corpo elettorale è frammentato, costituito da tipologie diversissime di persone che non guardano nemmeno gli stessi programmi in televisione e non leggono gli stessi giornali, a volte da cittadini italiani che in Italia non hanno mai messo piede né parlano la lingua. Capisco che poter contare su un associazionismo solido possa costituire un grosso punto di forza: significa poter fare avere i propri messaggi a gruppi già formati, che non necessariamente vorranno recepirli ma che almeno potranno riceverli. In un contesto di profonda trasformazione dell’associazionismo come quello, io credo, in cui ci troviamo, anche i partiti attivi all’estero devono chiedersi come adattare la loro azione politica e come costituire un corpo elettorale di riferimento in qualche modo “disintermediato”. Tornerò su questo punto presto.

Per me si tratta di una sfida fondamentale e appassionante.

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