a scoppio ritardato, sull’intervista di Alessandra Moretti

Ho riflettuto a lungo sull’intervista di Alessandra Moretti al Corriere della Sera, quella famosa in cui parla (anche) della frequenza con cui va dall’estetista. Non mi è stato subito chiaro che cosa mi avesse disturbato tanto.

Alla domanda dell’intervistatrice sulle sempre più numerose donne che rappresentano un’opportunità per la politica la Moretti ha risposto:

Io credo che questo è il nostro tempo. Io non voglio acquisire lo stile maschile nel fare politica. Voglio avere il mio stile femminile: la cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto. Questo è un quid in più.

La cura di sé non viene solo considerata come un elemento caratterizzante della donna: è anche l’aspetto peculiare della donna che fa politica (perché sì: la domanda era una domanda politica e non una semplice domanda di gossip).

Non mi piace nessuna di queste due cose.

Ci sono donne che, per le ragioni più disparate, non amano prendersi cura di sé. Lo fanno magari solo per le occasioni sociali, come lo farebbe un uomo?, e lo fanno a modo loro. Questo non le rende o non le fa sentire meno donne di chi sceglie di andare dall’estetista una volta a settimana: ogni donna scopre e interpreta la propria femminilità a suo modo, è e deve essere libera di farlo. E, anzi, un obiettivo della politica dovrebbe proprio essere quello di garantire a tutte le donne, che siano o meno belle, che siano o meno “ladylike”, di ottenere le pari opportunità lavorative e sociali che spettano loro: indipendentemente dal numero di cerette e dalla cura di sé che vogliono o possono mettere in campo.

Quella della Moretti era sicuramente una mossa elettorale, volta a far parlare di sé. Ma mi rattrista che, sgomberato il campo dalle varie veline berlusconiane, a proporre uno stereotipo così banale sia una parlamentare europea del mio partito.

Ed è al mio partito che vorrei sottoporre qualche domanda.

Perché a fare da “donna immagine” sono quasi sempre, e sempre di più, le donne più dichiaramente belle, che fanno della bellezza un loro punto di forza? Certo, in televisione bucano lo schermo: ma non ci sarà, ogni tanto, qualche donna meno “ladylike” a cui far fare interviste sul Corriere, a cui dare risonanza?

Non aiuterebbe, questo, anche le tante donne che non vogliono riconoscersi nel modello propugnato dalla Moretti, quelle che vivono se stesse in un modo diverso? Non permetterebbe di rendere più aperta l’immagine di donna che si propone alla società italiana?

di getto, sul Renzi di governo e su come sono arrivata fin qui

Ho deciso, dopo tantissimo tempo, di riprendere in mano il programma di Renzi del 2012. Non l’ho fatto per nostalgia, ma per ripercorrere le tappe del mio avvicinamento alla politica e sentire di nuovo mie le idee che mi hanno spinto a mettermi in gioco.

Se mi sono entusiasmata per il programma di Adesso! e tuttora quasi mi commuovo vedendo qualche video della campagna di allora, un motivo c’è, e anche più di uno.

Nonostante non fossi stata a nessuna Leopolda e non conoscessi di persona nessuno degli attivisti migliori – alcuni li avrei conosciuti più avanti e mi dispiace che non abbiano fatto la strada che meritavano, e che avrebbe fatto bene all’Italia – avevo la sensazione, anche solo attraverso Facebook, di far parte di un gruppo più grande di quanto immaginassi, un gruppo che parlava la mia lingua e in cui mi sentivo a casa. Leggevo blog e giornali riconoscendo cose che avevo sempre pensato ma che erano rimaste inespresse, litigavo con perfetti sconosciuti, a volte molto maleducati, con la consapevolezza di non fare una battaglia in solitaria.

Soprattutto, però, sentivo di aderire profondamente all’idea di paese che traspariva dalle pagine del programma. Avevo la sensazione che tante cose di buon senso fossero messe insieme a tante competenze tecniche per mostrare la direzione da prendere. Era così nell’ambito della pubblica amministrazione e della semplificazione, in quello del lavoro, in quello della promozione del territorio. Era così per l’idea di uno stato trasparente (ricordo quanto andasse di moda dire “Freedom of Information Act”, di cui ora non si sente più parlare), per i volumi zero, per le piccole opere, per i diritti, per gli asili nido. E per l’integrazione europea, che si cercava di raccontare per quello che dovrebbe essere: un progetto entusiasmante di tutti.

Quando, a febbraio, Renzi ha preso il posto di Letta sapevo che non sarebbe stato facile e che il programma del 2012 sarebbe stato solo un riferimento lontano. Già la campagna congressuale 2013 aveva preso una direzione diversa: si notava da subito l’esigenza di sfumare il merito dei discorsi per poter allargare il consenso. Avevo perso per strada un po’ dell’entusiasmo da neofita dell’anno precedente e imparato a digerire l’idea che la politica è anche, appunto, gestione del consenso e ricerca del potere: e pensavo che queste erano le regole del gioco, e che alla fine l’importante erano i risultati.

Continuo a pensarla così, ma nel frattempo un paio di cose sono cambiate. La realtà è meno pulita e cristallina dei fogli di un documento programmatico. Anche se i punti che Renzi sta cercando di affrontare sono sempre gli stessi di cui parla da anni, sappiamo tutti che alla prova dei fatti le cose si sporcano e diventano meno belle, meno attraenti. La riforma del bicameralismo perfetto è un po’ così così, la nuova legge elettorale è un po’ così così, il jobs act sembra non fare contento nessuno. Soprattutto, però, ed è questa la cosa peggiore, si è persa quella dimensione collettiva che il primo Renzi mi ha trasmesso: la sensazione di camminare insieme verso una meta, anche piccola, anche lontana, anche insignificante, ma una meta migliore per il nostro paese.

Io in certi momenti la capisco, la retorica dei gufi e l’insistenza su chi non vuole mai cambiare niente. Capisco che se si vogliono mettere le mani negli ingranaggi del potere bisogna sporcarsi le mani e quasi niente viene fuori come lo si pensava. Conosco il fondo di conservatorismo di tanti ambienti, la resistenza fortissima al guardare in avanti anziché indietro. Ma se la retorica della rottamazione andava bene qualche anno fa per risvegliare una situazione incancrenita, adesso è il momento di una narrazione diversa.

È il momento di una narrazione che unisca e che faccia vedere un obiettivo comune, che faccia capire che c’è bisogno di tutti e che nessuno è escluso.

Ancora di associazioni, rappresentanza e italiani all’estero

Le risposte al mio post precedente, in cui tentavo qualche riflessione su associazionismo estero e rappresentanza, mi hanno offerto molto materiale su cui riflettere. Ho provato a mettere in fila le questioni principali e ad aggiungere qualche altro pensiero. Sarò anche questa volta grata per ogni commento.

Tipologie migratorie e differenze generazionali

Nel parlare di tipologie migratorie non mi riferisco certo a categorie a compartimenti stagni: per quanto sia comodo pensare il contrario, la “prima migrazione” era variegata al suo interno, così come lo sono la “seconda” (i fantomatici cervelli in fuga) e la “terza” (quella degli ultimissimi anni). Ci sono sempre interstizi all’interno dei quali si annidano le eccezioni e ne sono consapevole. Si tratta, per quanto mi riguarda, di cercare di individuare delle tendenze di fondo: la società – anche la società degli italiani all’estero – sta cambiando, e credo che sia necessario cercare linee interpretative di massima per poter elaborare proposte politiche valide sul medio periodo. Non vuole esserci alcun giudizio di merito (nuovi migranti = bravi vs. vecchi migranti = “cattivi”, oppure associazionismo = inutile vs. rete = utile), ma siccome da qualche commento risulta che il mio contributo sia stato interpretato così ci tengo a fugare ogni anche piccolo dubbio. Non mi interessa stabilire una qualsiasi insensata gerarchia, né sostenere che le associazioni più tradizionali non debbano più avere o non abbiano più alcuna importanza, ma provare a capire quello che sta succedendo, avendo delle ipotesi di fondo e mettendole apertamente alla prova della discussione.

Nonostante alcune importanti eccezioni, mi pare che i commenti fatti consentano di confermare un certa tendenza di fondo: alla mia generazione, costituita in larga misura di migranti per scelta e a volte senza prospettive di permanenza stabile, l’associazionismo non interessa. A loro – persone che vivono in varie parti del mondo, svolgono professioni diverse e, importante!, non sono necessariamente miei amici – sono riconducibili le osservazioni più drastiche: “Ma a che cosa servono le associazioni italiane all’estero?”; “Io cerco il più possibile di starne lontano”; “La mia priorità è stare con i locali” – queste, più o meno, le argomentazioni. Le associazioni più vitali per questa fascia di popolazione sembrano essere quelle legate a progetti specifici (la scuola italo-tedesca, il coordinamento genitori: d’altra parte già nel post precedente avevo parlato delle famiglie come target privilegiato dell’associazionismo).

In parte diverso è probabilmente il discorso sui nuovissimi arrivi: l’esperienza delle ACLI e del Circolo sardo di Stoccarda, ma anche dei Patronati monacensi e di Rinascita, sembra confermare un rinnovato interesse per le associazioni da parte dei nuovissimi arrivi. Sono stati poi segnalati esempi di associazioni nate a partire da gruppi Facebook: un fatto interessante, senza dubbio, che andrà osservato nei suoi ulteriori sviluppi.

Quali associazioni?

Già a questo punto, però, ci troviamo davanti a un problema terminologico non da poco, segnalato anche in alcuni commenti. A che cosa pensiamo quando parliamo di associazioni? A quelle ufficialmente registrate, in Germania individuabili grazie alla sigla “e.V.”? Oppure a gruppi organizzati intorno a progetti singoli? O ancora ad associazioni storiche come le ACLI?

Dare il nome alle cose è da sempre una delle cose più difficili, ma è necessario provarci. Mi pare che si possano individuare diverse tipologie di associazione: alcune si pongono obiettivi più o meno direttamente politici; altre hanno finalità di assistenza per i migranti; altre ancora si occupano di eventi culturali o ricreativi; altre infine nascono in relazione a progetti precisi. Moltissime sono le forme ibride, e senz’altro molte altre quelle che non ho citato, per dimenticanza o mia disinformazione. A tutto questo si aggiungono gruppi molto strutturati in rete: alcuni gruppi di Italiani a Monaco nati su Facebook, quelli gestiti particolarmente bene, offrono ricchissimi materiali informativi sulla vita in Germania, senz’altro paragonabili per mole e precisione a quelli preparati in contesti più tradizionali.

Il mio interesse per queste associazioni varia moltissimo a seconda della tipologia della loro attività, come naturale. Ma in generale mi pongo alcune domande – che provocheranno un finimondo, già lo so: ma le faccio lo stesso. A maggior ragione in un contesto di Unione Europea non dovrebbero occuparsi di tutte le incombenze assistenzialistiche proprio i paesi di arrivo? Qualcuno, ad es., faceva notare come in Svezia ogni migrante abbia diritto ad un interprete per le pratiche burocratiche dei primi mesi. Ci sembra uno scenario paradisiaco, ma visto che la mobilità aumenterà sempre di più non avrebbe senso, a livello politico, interrogarsi anche su possibilità di questo tipo e stimolare i nostri rappresentanti a prenderle in considerazione? O ancora: c’è bisogno di associazioni strutturate per creare momenti di incontro, di cui, come è stato fatto notare, sembra si senta un grande bisogno?

La domanda più importante, però, riguarda la rappresentatività di queste associazioni, su cui tornerò sotto: è giusto che, come prevede la legislazione attuale, alle associazioni sia dato il compito di rappresentare gli Italiani all’estero?

Di disintermediazione e altri demoni

Negli ultimi tempi si fa un grandissimo parlare di disintermediazione, a tutti i livelli, e mi ci sono messa anch’io. Ho l’impressione però che si dia al termine, a seconda delle prospettive, una connotazione positiva o negativa che a mio avviso non ha. Provo a fare un esempio che apparentemente non c’entra nulla con il nostro discorso: il ruolo delle agenzie di viaggio. Ancora una decina di anni fa ricordo di essere stata in una agenzia di viaggio per prenotare un biglietto del treno per Praga, per un viaggio con amici. Avevamo trovato il b&b su internet, ma per il biglietto del treno avevamo avuto problema: alla stazione di Pavia ci avevano addirittura detto che non esistevano (!) treni per Praga. Dieci anni dopo sono stata di nuovo a Praga per un matrimonio. Ho prenotato il biglietto su internet e confrontato decine di alberghi su Tripadvisor – e non ho avuto la necessità di rivolgermi ad alcuna agenzia di viaggio. Un altro esempio, apparentemente in contraddizione col primo: i miei genitori, entrambi sessantatreenni, hanno fatto pianificare un lungo viaggio in Messico da un’agenzia specializzata: avevano esigenze precise, non volevano tour troppo commerciali ma nemmeno rinunciare alle località più famose. L’agenzia a cui si sono rivolti, specializzata in viaggi “di nicchia”, ha soddisfatto tutte le loro esigenze e ha conquistato due clienti. Il meccanismo è descritto benissimo in un articolo che spiega le trasformazioni in atto nel settore turistico sulla scorta di solidi dati (quei dati che purtroppo non ho per l’associazionismo estero):

I vantaggi di pianificare e prenotare la vacanza online sono molti e noti. È comodo, pratico, veloce e si ha la possibilità di accedere a numerosissime informazioni sui luoghi e sulle strutture. C’è da considerare però che ci sono diversi fattori che spesso spingono l’utente ad abbandonare l’acquisto: la scarsa usabilità dei siti, la mancanza di garanzie di sicurezza e di sistemi di booking semplici e affidabili. Talvolta l’offerta internet non permette di personalizzare abbastanza a fondo l’esperienza di viaggio.

Proviamo ad analizzare il fenomeno sulla base della categoria della disintermediazione. La rete, ancora una volta, è l’assassino: la possibilità di prenotare alberghi e viaggi anche in zone lontane comodamente da casa propria ha inizialmente fatto soffrire il settore delle agenzie di viaggio. Dal punto di vista economico, a questa sofferenza per un settore è corrisposto un boom in un settore diverso: quello degli operatori online. Si è avuta, cioè, una diminuzione dei corpi intermedi tradizionali (le agenzie), in favore di una nuova forma di corpo intermedio (gli operatori online). Le difficoltà legate alla grandissima offerta hanno poi spinto determinate fasce di utenti a ritornare ai corpi intermedi tradizionali, che però, per adattarsi al nuovo contesto, hanno dovuto aggiornare l’offerta:

Dunque dalle informazioni alla prenotazione in molti casi c’è un ampio gap che necessita di essere colmato da un intermediario umano, ed è qui che può entrare in gioco l’agenzia di viaggio tradizionale. Le agenzie che sono riuscite a sopravvivere hanno saputo riconvertirsi positivamente in “travel expert”, consulenti specializzati in determinate destinazioni, capaci di offrire un’esperienza di viaggio estremamente personalizzata in fase di selezione e prenotazione avvalendosi delle nuove tecnologie e degli strumenti offerti da Internet.

Proviamo ad applicare questo concetto al mondo dell’associazionismo. Quando scrivo che l’associazionismo ha perso appeal in certe fasce di pubblico non voglio dire che sia morto. Se anche in questo campo la rete ha mescolato le carte, togliendo in parte utenza all’associazionismo tradizionale, ciò non significa che tutto ciò che appartiene alla tradizione sia destinato a soccombere. Forse, ed è questa la mia idea, “sopravviveranno” proprio quelle associazioni in grado di interpretare il cambiamento dei tempi: quelle che sapranno accettare di modificare in parte la loro struttura, che sapranno attirare nuove forze, che sapranno, in sintesi, interpretare i nuovi bisogni (senza dimenticare quelli vecchi).

Di rappresentanza, Com.It.Es. e CGIE

Come scrivevo, la legge sui Com.It.Es. affida una funzione di controllo a tutte le associazioni registrate sul territorio da almeno 5 anni con più di 35 iscritti (per informazione: a Monaco sono state soltando due le associazioni che corrispondevano a questi criteri e hanno risposto all’invito del Consolato). La legge del 6 novembre 1989, n. 368 che regola il CGIE, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, esplicita il ruolo delle associazioni, presente anche nella legge sui Com.It.Es. quasi come un “non detto”:

I membri di cui all’articolo 4, comma 2, sono eletti da una assemblea formata per ciascun Paese dai componenti dei COMITES regolarmente costituiti nei Paesi indicati nella tabella allegata alla presente legge e da rappresentanti delle associazioni delle comunità italiane in numero non superiore al 30 per cento dei componenti dei COMITES per i Paesi europei e del 45 per cento per i Paesi transoceanici, tenendo conto dei requisiti fissati dall’articolo 4 e delle modalità previste nelle forme di attuazione di cui all’articolo 17 che dovranno garantire, sul piano della rappresentanza, il pluralismo associativo (13§1)

E ancora:

Nei Paesi in cui non sono costituiti i COMITES le associazioni delle comunità italiane ivi operanti da almeno cinque anni propongono, alla rispettiva Rappresentanza diplomatica, un numero di nominativi
doppio di quello previsto nella tabella allegata alla presente legge per la scelta definitiva dei membri del CGIE assegnati a quel determinato Paese in conformità a quanto previsto dall’articolo 4, comma 4 (14§1).

Si vede bene, io credo, come l’intera struttura della rappresentanza estera, fatta eccezione per i parlamentari eletti, si basi sulle associazioni, partendo dal presupposto che esse siano rappresentative degli italiani all’estero. Probabilmente è stato così, a un certo punto: Gianfranco, storico esponente dell’associazionismo monacense, dice di ricordare “incontri della comunità sarda con oltre un migliaio di persone, oggi inimmaginabili”. Nella più frammentata situazione odierna mi pare che il principio della rappresentatività delle associazioni vada messo in discussione: non della loro utilità o della loro funzione sociale. Puramente quello della loro rappresentatività politica. Da quando ho iniziato a riflettere su questo argomento non riesco a togliermi dalla testa una domanda: perché, su un piano puramente teorico, un amante del teatro in lingua italiana che fa parte di una associazione riconosciuta dovrebbe avere rappresentanza politica migliore di un amante dei libri in solitudine o di un amante del teatro in tedesco? Siamo sicuri che una legislazione di questo tipo non agevoli, alla lunga, un isolamento degli italiani piuttosto che non la loro integrazione?

A prescindere dalle risposte che si vorranno dare a domande come queste, credo che i partiti politici italiani all’estero debbano oggi, ancor più di prima, interrogarsi sulla loro funzione e sul loro lavoro. Per un candidato, per un parlamentare eletto all’estero parlare con i propri elettori è certo più difficile che per il suo omologo italiano: il corpo elettorale è frammentato, costituito da tipologie diversissime di persone che non guardano nemmeno gli stessi programmi in televisione e non leggono gli stessi giornali, a volte da cittadini italiani che in Italia non hanno mai messo piede né parlano la lingua. Capisco che poter contare su un associazionismo solido possa costituire un grosso punto di forza: significa poter fare avere i propri messaggi a gruppi già formati, che non necessariamente vorranno recepirli ma che almeno potranno riceverli. In un contesto di profonda trasformazione dell’associazionismo come quello, io credo, in cui ci troviamo, anche i partiti attivi all’estero devono chiedersi come adattare la loro azione politica e come costituire un corpo elettorale di riferimento in qualche modo “disintermediato”. Tornerò su questo punto presto.

Per me si tratta di una sfida fondamentale e appassionante.

I commenti al mio post precedente

Ho deciso di copiare qui, anonimamente, i commenti che su Facebook e in privato ho ricevuto dopo il post sull’associazionismo italiano all’estero. L’ho fatto dopo aver chiesto il parere degli interessati, nell’ottica di mettere a disposizione l’intera discussione in modo più o meno organico. Man mano che riceverò ulteriori “liberatorie” aggiornerò i thread con i commenti mancanti.

  • Thread 1:

“Molto interessante, ma … come rispondi tu alla domanda finale? l'”altro” di cui ci sarebbe bisogno cos’è? cmq io penso che l'”italianità” debba interagire con il contesto in cui s’inserisce, piuttosto che chiudersi a riccio: pensa agli Istituti Italiani di Cultura, che sono quasi sempre (con eccezioni) luoghi di raccolta di italiani più o meno chic che si vedono per una mondanità culturale senza ricadute sul paese in cui vivono, e neppure sulla loro esperienza personale. La rappresentanza politica, poi, nell’era dello svuotamento della democrazia, andrà ricostruita, se si vuole ricostruirla, dal basso, cioè con interventi reali, istituzionalmente riconoscibili, sul territorio, anziché nel corto circuito tra associazioni e parlamentari – ma questi ultimi, ahimé, hanno bisogno di un bacino elettorale”.

“Credo che i punti essenziali siano: 1. Riforma dell’intera rete estera. Al momento è un magma frutto di conquiste progressive che a mio avviso non sono state rese omogenee. Ci sono doppioni e organismi davvero inafferrabili. Secondo me, mantenendo la circoscrizione estera, si dovrebbero tagliare comites e cgie e riformare strutturalmente iic e consolati. 2. Credo che il problema più grande sia per i parlamentari crearsi un elettorato di per sé fluido perché non facilmente raggiungibile. Le associazioni sono state figlie del loro tempo (un tempo in cui i partiti italiani non avevano cittadinanza all’estero, per altro). Ora tocca ai partiti. Credo che si debba davvero uscire dai circuiti classici e conquistare simpatizzanti in tutti i modi e in tutti i luoghi grazie ad un’offerta di approfondimento politico e di dialogo che troppo spesso manca, perché a rischio di autoreferenzialità. 3. In tutto questo alcune mansioni dovrebbero passare in europa ai paesi accoglienti: vd. L’annosa faccenda documenti. Questo implica a livello di partito una elaborazione differenziata per Europa e resto del mondo, che invece mi pare tardi ad arrivare”.

“Non sono molto d’accordo con quanto scrivi, Cecilia, ma una risposta punto per punto richiederebbe troppo tempo. Le uniche cose che posso rispondere subito riguardano rinascita e.V., di cui faccio parte da tanti anni e che ho visto cambiare proprio con l’avvicendarsi di persone nuove. Se si fanno attività – ricreative, culturali e informative – i nostalgici, se ci sono, in genere restano a far da tappezzeria, perché occorre confrontarsi con realtà in continuo cambiamento. Nel caso specifico della nostra associazione, inviare circolari per informare su eventi culturali e per aiutare a trovare casa e lavoro ci pone quotidianamente in contatto con i nuovi arrivati, e i nuovi arrivati scoprono che esiste un’associazione culturale che si occupa anche di loro. È una scelta soggettiva quella di avvicinarsi al gruppo o meno, e credo che dipenda da molti fattori personali, ma la cosa importante è sapere che si può far riferimento a questa realtà. Per quanto riguarda la vita sociale all’estero, ho molti più dubbi sul ruolo di un partito politico straniero. La collaborazione con i patronati invece è importantissima, dà indicazioni sulla popolazione meno rappresentata e sui problemi che occorrerebbe affrontare per migliorare la vita in emigrazione, fermo restando che nessuno di noi ha l’autorità per cambiare le leggi del Paese ospitante”.

“Quando io da britannico viaggio, diciamo, in Italia, l’ultima cosa a cui penso e’ cercare di incontrare intenzionalmente altri del mio paese. Se li incontro per caso, in modo spontaneo, e’ un’altra considerazione. Mia moglie italiana, ormai diventata britannica quasi 40 anni fa e abita qui da 40 anni, non ha mai avuto bisogno di cercare amicizie specificatamente italiane qua, anche se contiamo vari italiani tra i nostri amici qui in Inghilterra. Vivendo in un qualsiasi paese, avendo figli in quel paese, l’importante e’ adattarsi al 100% a quel paese senza trascinare troppo una gamba nel passato”.

“Cara Cecilia, ho letto con interesse il tuo articolo ma a dire il vero non mi ci trovo. Nelle associazioni di Monaco che conosco c’é un pó di tutto. Esistono, é vero, alcune associazioni tipiche della vecchia migrazione. A volte rimangono legate a vecchi schemi e non riescono a seguire i mutamenti della comunità, ma non vale per tutte. Porto alcuni esempi: nel 2008 é nato su iniziativa di alcuni concittadini (tutti “young professionals” del boom del 2000) un coordinamento genitori italiani in baviera per coordinare un’azione comune contro la scomparsa dei corsi di lingua e cultura; Ass. culturale siciliana “Le Zagare” associazione culturale siciliana, etá media credo piú bassa che nel PD di Monaco e professionalitá varie; Un’Altra Italia, di cui fa parte anche la da te citata Rinascita, anche questa molto popolata anche da giovani e nuovi arrivati; BiDiBi associazione trainante della scuola italo-tedesca, affermati professionisti di immigrazione recente o di medio-termine; I-Talìa, altra assiciazione culturale (compagnia teatrale) che tutto mi pare fuorchè “antica”. Io credo che anche quello dell’associazione sul territorio sia, a volte, un cliche. Le associazioni in senso lato tendono a rispondere a bisogni che l’individuo non pensa di poter soddisfare in quanto singolo: credo che in questo molti di noi possano ritrovarsi…che si parli di AGESCI come di associazioni professionali e scientifiche”.

“Cara Cecilia, anch’io ho letto con molto interesse le tue riflessioni sulla natura dell’associazionismo oggi. Condivido alcune preoccupazioni altre no. A dimostrazione di quanto ancora possono essere importanti le associazioni – anche di vecchia impronta e gestite da una emigrazione più tradizionale – ti allego un articolo scritto da una persona che conosco bene e che grazie ai contatti con una importante realtà qui a Stoccarda è riuscita a trovare un posto di lavoro e, come dice lei, una famiglia. Per dare un giudizio più approfondito della tematica bisogna includere tutti gli aspetti dell’associazionismo. Le nuove generazioni spesso tendono a spazzare via tutto quello che si è creato in lunghi anni di sacrificio e di lotta quotidiana per il mantenimento di queste strutture che operano con pochissime risorse. A mio parere bisognerebbe dare tutti una mano affinché queste strutture non spariscano e, con uno scatto di “umiltà”, a contribuire che esse rimangano “attuali, efficaci e moderne” con l’approccio anche delle nuove generazioni e di persone che arrivano adesso dall’Italia. Creare momenti di dialogo e confronto, pensare dall’interno di queste strutture come renderle – in certi casi – più vivaci e come creare un ponte fra associazionsimo italiano con l’associazinismo tedesco/multietnico nei luoghi dove si opera, sono punti su cui riflettere per dare ulteriore impulso a queste importanti strutture… http://lanuovasardegna.gelocal.it/nuoro/cronaca/2014/10/22/news/sos-da-stoccarda-salviamo-i-circoli-1.10165830″.

“Condivido questa analisi e la condivido da persona (insieme ad altri) fondatrice del Circolo Cento Fiori. Nulla togliendo alla capacità di alcuni dirigenti o militanti di questa o altre associazioni, resta il fatto che i numeri sono in fase decrescente. Ricordo ancora degli incontri della comunitá sarda con oltre un migliaio di persone oggi inimmaginabili. Cosi è per molte altre associazioni. Questa era una discussione sul tema che avremmo gradito fare già nell’ultima elezione COMITES ossia già 10 anni fa. Siamo quindi in ritardo, ma come si dice: meglio tardi che mai”.

“Secondo me si dovrebbe definire cos’è un’associazione. Non ci vuole per forza la dicitura e.V. per formarne una.
Per esempio, non penso che gli italiani in Germania siano “poco associati”. Se uno considera i gruppi che si formano su Facebook, o altri social network, gli Stamm Tisch e altre azioni “informali” magari si scopre che in realtà gli italiani sono molto “associati”.
Soprattutto mi sembra che esistano diversi canali più o meno efficienti per soddisfare determinati bisogni come ricerca di lavoro e di alloggio, creazione di gruppi di gioco per bambini e via dicendo, che funzionano anche senza l'”ufficialità”
I circoli e le associazioni culturali, soprattutto quelli ufficiali, sono solo un “tipo” di associazione, tra l’altro non dichiaratamente a fine politico e neanche a fine assistenziale.
Il fatto che il numero di membri di quest’ultime diminuisca e quindi i rispettivi responsabili rimangano in carica più a lungo non significa che gli italiani si associno di meno, ma che semplicemente che usino altri canali poco considerati in queste discussioni.
Esiste tra l’altro un fenomeno di frammentarietà che magari genera l’impressione che ci sia poca partecipazione perchè ognuno conosce le attività e i membri del proprio “intorno”.
Magari però, in ognuno di questi piccoli intorni c’è molta partecipazione”.

  • Thread 2:

“Cara Cecilia, mi introduco in una discussione in cui non sono invitato. Ma mi è caduto l’occhio su questo post nella time-line. Il tema dell’associazionismo non può essere esaurito, a mio modestissimo avviso, in una semplice contrapposizione tra vecchia e nuova generazione. Una contrapposizione che tu evidenzi implicitamente assieme ad una distinzione anche “sociale” ossia tra “scienziati e ricercatori” e “tutto il resto”. Francamente credo che questo ragionamento sia rischioso e semplicistico. L’esperienza personale, per quanto importante, non può essere generalizzata. A questo punto basta trovare un cigno nero per dire che la realtà è decisamente più complessa o positiva: e di cigni neri, in questo caso ce ne sono molti. L’associazionismo è in trasformazione, forse. I nuovi media influenzano sicuramente anche questo modo di entrare in contatto con gli altri, tuttavia la rete non sostituisce l’associazione (sia essa formale o no) tra persone reali. Anzi, molti casi evidenziano come la rete sia un facilitatore nel raggiungere persone distanti, ovviamente. Come la rete sia un agente aggregante che però ha dei limiti molto forti. Ci sono gruppi che in internet si formano, ma solo nella realtà poi si definiscono e riescono ad agire. La comunità di italiani a Lipsia, per esempio è un caso interessante: un gruppo online fatto di persone sconosciute, di ultima generazione (cigno nero) si costituisce associazione Italiani a Lipsia e.V. e come questi anche a Berlino è successo più o meno lo stesso, si è passati da un blog Italiani a Berlino ad un’associazione vera e propria (secondo cigno nero) e tra l’altro quest’ultima ha creato una lista propria a Berlino per i Comites. Eviterei di generalizzare poiché si rischia di fare dei “torti”. Ci sono spazi di incontro in associazioni nuove che mettono insieme prima e ultima generazione ed è un po’ lo stesso che sto facendo io a Berlino con l’Osservatorio che ho creato da poco… Concordo con te nel chiedermi: ha senso la connessione rappresentanze e associazionismo? Direi di sì se l’associazionismo è quello sano e positivo e spontaneo che ha come scopo quello di unire. Direi di no (e io dico: speriamo spariscono presto) se sono associazioni fasulle o fantoccio nate con scopi non nobili che mirano solo al potere, al prestigio o a racimolare soldi.. su questo ti do ragione: facciamo però una dovuta distinzione… e magari portiamo il ragionamento anche all’interno del partito (associazione politica dopotutto). Sta a ciascuno di noi avanzare proposte e impegnarsi per realizzare certe cose… certo se arriva un assegno da 300.000 euro dal finanziere di turno è più facile…. ma ci accontentiamo anche di gruppi più genuini, caserecci e umili… che hanno veramente voglia di contribuire allo sviluppo della collettività… e ce ne sono molti di questi…”

“I miei due cents: è un dubbio più che lecito quello di cui scrivi e non porselo significherebbe non stare attenti alle trasformazioni in atto nè ai veri bisogni. La mia esperienza personale, da fuori giro, è che l’associazionismo italiano qui non risponde lontanamente alle mie esigenze e anzi non mi interessa perché la mia priorità è l’integrazione nella società tedesca. Però ricordo che quando vissi in DC ero più lontano, c’erano molti meno italiani in città e forse in quella situazione avrei potuto essere interessato, ma sempre e solo in caso di una permanenza più lunga (fattore che hai citato)”.

“Un paio di brevi osservazioni. Sono abbastanza d’accordo con quanto dice Cecilia, anche se credo che la “contrapposizione” (se così vogliamo chiamarla) sia non tanto tra vecchia e nuova emigrazione, o tra persone di diverso background culturale, quanto piuttosto tra persone che sono emigrate per propria scelta, magari per sfuggire a una certa mentalità o a certe logiche tipicamente italiane, e persone che invece sono state costrette dalle circostanze a lasciare l’Italia. Queste ultime probabilmente hanno la necessità di mantenere un legame con l’Italia, e magari anche il bisogno di qualcuno che ne difenda e garantisca gli interessi. Gli altri invece non sentono il bisogno di questa rappresentanza, anzi se ne stanno ben alla larga quando vi ritrovano gli stessi difetti e le stesse logiche italiane da cui sono fuggiti. E’ anche vero che molte associazioni, pretendendo di rappresentare la comunità italiana e i suoi interessi, rischiano di diventare un ghetto che impedisce una integrazione nel paese ospitante. Io personalmente non starei nel Gruppo Teatrale se questo avesse la pretesa di rappresentare la comunità italiana o di rivolgersi solo ad essa ed alle sue esigenze, ai suoi interessi.
Una considerazione finale: a Monaco (con oltre 23000 italiani ufficialmente registrati all’AIRE) su tre liste propostesi per le elezioni dei Comites solo una è riuscita (e anche quella proprio per un pelo) a raggiungere il quorum di 200 firme, nonostante l’enorme lavoro di sensibilizzazione e di mobilitazione svolto. Credo che questo fatto sia un ulteriore indizio del distacco esistente tra una gran fetta della popolazione e le associazioni, nonostante la loro pretesa di rappresentanza”.

Il caso di Monaco sembra che stia diventando il metro di misura sulla rappresentatività delle associazioni. Guardate anche a quello che è successo altrove dove le associazioni sono state fondamentali per il successo delle liste dove partecipava il PD“.

  • Thread 3

“Cara Cecilia, mi risevo di scrivere un mio commento sul ruolo dell’associazionismo, visto che ne faccio parte da oltre 30 anni, in un momento in cui ho più tempo. Su quello che scrivi due veloci osservazioni: 1) Se nei Comites che si eleggono oggi l’associazionismo ti sembra sopravvalutato la ragione va ricercata nel fatto che prima di rinnovare i Comites bisognava rivedere la legge e aggiornarla alle nuove esigenze ed esperienze dell’emigrazione. Invece si è preferito fare le cose di fretta e di conseguenza la legge che regola i Comites vede nell’associazionismo l’asse portante di esso come tu stessa hai scritto. 2) La “nuova emigrazione” (io la chiamo così) cerca spazi, vuole essere protagonista in una forma diversa, ha una visione diversa del ritrovarsi? Penso che nessuno lo vieta di crearsi spazi per essere attivi e protagonisti …… ma le risposte quei “nuovi giovani” che vengono in Germania in cerca di lavoro, qunando sono alla disperazione, le cercano nelle “vecchie” Missioni o nelle mie “vecchie” ACLI”.

In un tuo post hai scritto che le associazioni sono state figlie del loro tempo e che adesso tocca ai partiti. Bene, allora che i partiti siano in grado d’interpretare i bisogni dell’emigrazione specialmente quella nuova e di sapere dare concrete risposte. Ma quali sono i bisogni delle nuove generazioni d’emigranti? Nella mia associazione vengono sempre quelli che non hanno trovato niente e che sono alla disperazione. La rete di “assistenza” che si è creata nella vecchia emigrazione è spesso in grado di dare delle risposte a queste persone, ma i Partiti? E la rete ? Le assurdità che si leggono nella rete sono impressionanti ….. mentre noi cerchiamo di dare risposte ed informazioni “sicure”. Al Forum der Kulturen a Stoccarda aderiscono oltre 100 associazioni di tutte le nazionalità, comprese alcune italiane. Sono queste associazioni che vengono interpellate e che hanno un ruolo nella vita culturale della città, non i Partiti. Domani c’é un pranzo di solidarietà per raccogliere fondi per iniziative di “solidarietà” in Africa: l’organizzano le associazioni e la Missione, non i Partiti. Al pranzo si sono iscritti oltre 150 persone …. tutte della “vecchia emigrazione” e chi è li a fare volontariato a servire sono i figli di questa vecchia emigrazione ….. di nuovi non se ne vedono …è poco cool ! Sempre dal vecchio associazionismo uscirà tra poco a Stoccarda un leporello con informazioni su come orientarsi (casa, ricerca lavoro etc.) a Stoccarda; e poi si aprirà uno sportello informativo che non darà solo informazioni, ma consiglierà e accompagnerà (quando è possibile) le persone che arrivano per la prima volta a Stoccarda. E se vao si radio colonia troverai un servizio su un progetto che viene portato avanti sempre dalla vecchia emigrazione. E per concludere, visto che tutto questo che ho elencato può dare l’impressione che sia solo sociale e che manca il tocco politico, t’invito il prossimo 15 novembre a Freiburg dove in occasione del 40.mo delle ACLI in quella città, organizziamo il convegno: E se il volontariato scioperasse? L’associazionismo interroga la politica“.

“Quello che dici mi trova per molti versi d’accordo, ma ho un dubbio. Anzi, due.
Chi sono esattamente le associazioni? Cioè: credo sia un errore metterle tutte nello stesso pentolone, nel bene e nel male; ci sono associazioni che hanno fatto cose importantissime (e fanno cose importantissime) e altre che hanno solo gestito forme di potere, anche se potere da poco.
A Lussemburgo, ti ricordi, le associazioni di laggiù univano sia nuova che vecchia migrazione…forse noi in Germania siamo un po’ più tonti, boh. (Ah, no, tu non c’eri in Lussemburgo, ma ti avranno raccontato…).
Poi […] non so bene se gli italiani si sentano ora più europei; vero è che gli italiani (associati o meno) hanno fatto pochissimo per relazionarsi con la cultura e la politica tedesca (infinitamente meno italiani che turchi presenti nella politica, nella cultura e perfino nello sport, in Germania).
Non lo so davvero, tema difficilissimo”.

  • Thread 4: una lettera di Flavio Venturelli (e le relative risposte). Il cannocchiale è puntato nel giusto verso? Riflessioni sulla lettera di Cecilia Mussini riguardo ai COMITES

Cara Cecilia,

avevo promesso una risposta sulla tua lettera aperta, e non ho dimenticato l’impegno preso.

Prima di cominciare vorrei però aprire una parentesi che non avrei mai desiderato aprire. Perché mentre mi appresto a buttar giù le mie riflessioni, non posso non andare col pensiero a una persona che ci ha lasciati da poco. E’ probabile che ancora le mie opinioni andrebbero a cozzare con quelle di Cetti Vacante. Purtroppo ciò non potrà avvenire. Non ha mai mancato di dire la propria. Per me erano spesso urticanti le sue prese di posizione. Ma la sua onesta franchezza è una qualità fin troppo rara e ci mancherà. Non solo a Monaco o in Sicilia.

E veniamo alla tua lettera sui Comites e sulla rappresentatività delle associazioni di italiani all’estero. Cara Cecilia, il tuo grande merito è quello di aver richiamato l’attenzione di chi, come Laura Garavini, rivendica come una grande vittoria il rinnovo dei nostri organi di rappresentanza. “Attenzione”, dici, “in questa vicenda c’è qualcosa che non va”.

La vera occasione di queste elezioni sarebbe potuta essere quella di aggiornare questi organi alla situazione attuale, piena di fermenti e zeppa di nuovi arrivati che continuano a giungere, sempre meno attratti da una balorda madrepatria. E invece…invece, come sappiamo, si è scelta una strada fatta di tempi risicati (eufemismo) e modalità che sembrano uscite dalla gag del notaio rimbambito del Pippo Chennedy Show (la citazione ci sta, tanto siamo in pieno revival degli Anni Novanta, dalla musica a Tony Blair…). In parte confermando regole in vigore, in parte avvallando prassi del passato, si è reso ostico, in molti casi pressoché impossibile aprire i Comites a chi ha voglia di partecipare davvero.

Il tuo merito, dicevo, è stato quello di richiamare un po’ tutti, e non solo i parlamentari, su un fatto che non si può più ignorare: è il modo stesso in cui sono concepiti questi organismi, le modalità di elezione dei loro componenti e, in fondo, anche tutta l’architettura delle rappresentanze degli italiani all’estero a risultare inattuale. Hai voluto indicare una meta verso la quale puntare, la loro attualizzazione, ma anche un cannocchiale per trovarlo. Solo che, a mio avviso, ci hai consegnato il cannocchiale puntato al contrario. Perché se osserviamo il mondo dell’emigrazione italiana nel suo complesso e tentiamo di leggerlo attraverso le categorie interpretative “vecchio”/”nuovo”, l’obiettivo si allontana anziché avvicinarsi.

E questo per due motivi: per via delle categorie “vecchio/nuovo”, appunto, e per via della scala che hai scelto. Non userei le prime e non mi limiterei alla realtà di Monaco, peraltro un po’ filtrata attraverso i social neworks. Perché così ne esce una rappresentazione troppo schematica della situazione. Intendiamoci, anch’io penso che le associazioni degli italiani all’estero siano nate in un contesto storico preciso differente da quello attuale. E sono composte da persone di età più avanzata rispetto a quella della media percepita di coloro che formano le “ondate” più recenti. Persone che a volte sembrano affezionate a una rappresentazione dei “giovani d’oggi” che è fuori dalla realtà. Ma è altrettanto distante dalla realtà pensare che si tratti di gruppi ormai irrilevanti.

Le “vecchie” associazioni sono ancora composte da persone che vogliono partecipare. Lo fanno attraverso modalità che talvolta risultano distanti da chi appartiene a un’altra generazione. Ma lo fanno eccome, e con numeri decisamente rilevanti. Etichettare quei gruppi come superati rappresenterebbe a mio avviso un errore.

Quanto alle leve più recenti, a parte il fatto che non riusciamo ad avere un’idea precisa dei loro numeri, di sicuro non si limitano a gruppi di accademici e creativi. Neanche quei gruppi sono più tanto nuovi, peraltro. Ammesso che Facebook sia uno specchio fedele della realtà – probabilmente lo è, con una buona approssimazione – allora penso che sia sotto gli occhi di tutti come l’emigrazione italiana sia un magma in movimento in cui si trova letteralmente di tutto, dall’incolto sprovveduto al tecnico all’intellettuale. E, come un magma, si spande non più in alcuni centri metropolitani ma ormai è pressoché ovunque vengano offerti posti di lavoro, anche nell’ultimo paesello della Foresta Nera.

Di luogo in luogo cambia la composizione di questo magma. Ma la mia impressione e la mia esperienza personali mi fanno notare diverse persone che sono sì arrivate qui per lavorare. Ma che poi, a prescindere se siano colte o meno, si sono rese conto di trovarsi in un “paese normale” (perdonerai l’espressione dalemiana), dove anche spedire una semplice raccomandata non è un’impresa. Con regole non sempre chiarissime, ma certe. Fatte grosso modo a misura d’uomo. A quel punto, un certo numero di queste persone cominciano a porsi delle domande: perché qui è così e da noi no? E perché dovremmo restare frammentati, isolati, assenti dal tessuto sociale che ci ha accolti? In alcune situazioni, queste domande restano senza seguito. In altre, anche grazie ai social, queste persone vengono in contatto tra loro e la loro voglia di esserci, come italiani nel paese che li ospita, li porta ad organizzarsi. In Germania, dove i gruppi di interesse si costituiscono quasi subito in associazioni, nascono associazioni “nuove”. Da quegli stessi gruppi, “social” e spontanei, in alcune realtà sono nate liste per i Comites come ad Amburgo o Francoforte.

Il “magma” delle diverse ondate di nuove emigrazioni italiani si giustappone a realtà per lo meno quaranta-cinquantennali. E sono realtà che neanche a me sembra che dialoghino fra loro né che ne abbiano sempre l’interesse. Anche perché chi arriva dall’Italia ora, spesso crede di riconoscere nel “vecchio” migrante una figura stereotipata alla Pasquale Ametrano/Carlo Verdone. Viceversa, talvolta ci si sente etichettati come “giovani” macchiette, di quelle che popolano i calendari di Frate Indovino.

Ma c’è anche molto di più di questo, che non rientra affatto in quegli schemi. I Comites, che hanno tanti scopi nella loro legge istitutiva, dovrebbero divenire innanzitutto luogo di confronto tra questi “universi paralleli”. Per il semplice fatto che, all’estero, si tratta solo di aspetti diversi di una sola comunità. Credo che al momento spetti alle singole liste, ai singoli candidati, tentare di fare da ponte prima ancora che tentare una sintesi. Io ci sto provando, è il senso della mia candidatura per il Comites di Stoccarda, per esempio: cerco di entrare in contatto sia con lo smanettone social arrivato qui con trolley e tablet, sia con il pensionato arrivato qui decenni fa con la valigia di cartone e anche lui, ora, utente skype. E cerco di farlo incontrando le persone una ad una, perché non mi pare che ci sia altro modo per cominciare.

Concludo: al momento il “pianeta emigrazione italiana” ci appare piuttosto sfocato, per lo meno in Europa. Anche per via dei numeri, visto come (non) funziona l’AIRE. Il giusto cannocchiale per metterlo a fuoco, allora, qual’è? Una risposta immediata e, al tempo stesso, meditata io non la possiedo. Intanto direi, come ho appena accennato, che ci vuole l’impegno personale e sul campo, “casa per casa”. Poi, forse, si tratta di creare reti tra liste e tra rappresentanti che saranno eletti nei Comites – qualcosa di un po’ più dei paludati Intercomites e CGIE – per scambiarsi i dati e le esperienze prima ancora di apporre etichette. Anche se poi un quadro della situazione occorre tracciarlo, e le classificazioni diventano necessarie e inevitabili. Ma cerchiamo di sceglierli insieme i parametri. Infine, continuiamo a richiamare l’attenzione di parlamentari e legislatori ogni volta che questi dovessero sembrarci concentrati solo su una parte dell’emigrazione italiana anziché al suo stato attuale complessivo

Un saluto a te e a chi legge,

Flavio

Commenti alla lettera di Flavio:

“A Lussemburgo alla festa dell’unità ho visto lo stand dell’ANPI (!!!!) gestito da giovani donne alcune delle quali nate in Lussemburgo…
…in una città come la mia (mica tanto più piccola di Lussemburgo, e pure fica, green city e tutto) vanne a trovare tre di italiani giovani nati qua che anche sappiano solo che cos’è l’ANPI, altro che fare uno stand!
Io farei carte false per avere la situazione associazionistica che mi è parso di vedere a Lussemburgo!”

” io nelle associazioni locali trovo un sacco di gente con il dottorato di ricerca come anche persone che non hanno un titolo di studio ma una cultura infinita e capacitá di elaborazione sopra la media. Indipendentemente da questo vorrei peró dire che secondo me l’attitudine all’associazionismo, cara Cecilia, non emerga da un desiderio di rappresenzanza quanto di condivisione. Un’associazione non nasce per rappresentare chi non ne fa parte. Nasce a partire da valori e principi condivisi, da singoli che decidono di mettere insieme le proprie forze per raggiungere un obiettivo comune, semplicemente perchè insieme è più semplice. Poi si scopre che l’associazione da un lato costa energie e che nella vita di oggi in pochi riescono a ritagliare dallo stress quotidiano. Si scopre però anche, che l’associazione genera energie e nuove risorse. Solo in un secondo momento accade che i processi democratici, cercando da piú parti partecipazione alla vita democratica e avendo difficoltà a raggiungere i songoli, si rivolga alle associazioni nel tentativo di contattare con il minimo sforzo, a cascata, un numero congruo di individui. Individui che fra l’altro, aderendo a priori ad una associazione, hanno giá scelto di uscire dal proprio guscio e quindi rivelato una attitudine alla partecipazione”.

“Non é la legge sul Comites a dare rappresentanza alle associazioni, ma quella sulla composizione del CGIE, che secondo me va riscritta da capo a fondo. Fra l’altro il CGIE si rivolge solo ad alcune associazioni (e patronati) e non a tutte quelle che insistono sul territorio”.

“Ad un certo punto scrive Cecilia “adesso toccai ai partiti”. Mi sono persa tra i vari commenti e non lo trovo piú ma mi chiedo fino a che punto. Le Istituzioni devono rappresentare i cittadini, non i partiti. I partiti formulano posizioni che, per definizione, sono di parte. Inoltre é da tempo che la popolarità dei partiti, purtroppo, a torto o a ragione,cala sempre di piú. Io credo che il compito dei partiti non sia quello di rappresentare tutti a tutti costi, ma di andare tra la gente, raccoglierne idee e bisogni, offrire elaborazioni sulla base dei valori che incarnano e quindi tornare a sottoporle al giudizio degli elettori”.