Un presente che guarda al passato

Nella sua ultima newsletter Laura Garavini, Parlamentare eletta nella Circoscrizione Estero, ha sottolineato con forza il ruolo delle associazioni italiane all’estero per la buona riuscita delle elezioni dei Com.It.Es.:

Se l’Italia continua ad essere nel cuore di tanti connazionali nel mondo, questo lo dobbiamo anche al ruolo delle associazioni italiane all’estero, che, sia pur tra mille difficoltà, continuano a rappresentare un punto di riferimento per le nostre comunità.

Dalla mia esperienza di italiana a Monaco da 8 anni ritengo che la realtà sia un po’ diversa: l’associazionismo è sì vivo e a tratti molto attivo, ma riguarda una fetta di comunità italiana decisamente (e sempre più) marginale.

Non è mia intenzione screditare il lavoro delle persone che quotidianamente si spendono per organizzare eventi culturali e ricreativi: il loro lavoro è sicuramente prezioso e non è questo che voglio mettere in dubbio. Mi interessa piuttosto riflettere sul pubblico a cui si rivolgono, sul concetto di comunità a cui fanno riferimento e sulla loro rappresentatività del mondo dell’emigrazione italiana.

Da chi è costituito l’associazionismo a Monaco? A chi si rivolge? In Baviera sono attive diverse associazioni, molte risalenti agli anni Sessanta-Settanta. Nel contesto della cosiddetta “prima emigrazione” sono nate ad es. Rinascita e l’Associazione delle Famiglie Italiane in Baviera; al 1980 risale la fondazione Circolo Cento Fiori. Associazioni come queste, che in passato hanno avuto un importantissimo ruolo sociale, vorrebbero certo continuare ad ampliare il numero dei loro iscritti: tuttavia, dopo aver frequentato alcuni dei loro eventi e aver partecipato alla vita della comunità italiana, mi sono convinta che il loro principale pubblico di riferimento – che poi, com’è giusto e naturale, ne influenza l’operato – sia costituito da migranti di prima generazione legati all’associazionismo politico, sociale o di matrice regionale e da famiglie per lo più biculturali, con un partner italiano e un partner tedesco, con figli.

Chi rimane fuori dal “giro” delle associazioni è spesso un’altra tipologia di migrante. Mi riferisco alla foltissima schiera di professionisti – ricercatori, ingegneri, scienziati – che è venuta a Monaco per migliorare la propria posizione lavorativa, ma che potrebbe immaginare di vivere altrove, qualora le condizioni si rivelassero più favorevoli; o che magari decide di restare, ma preferisce mantenere contatti saltuari con i propri connazionali privilegiando invece una socializzazione “tedesca”. Ma penso anche ai moltissimi ragazzi che tentano la fortuna in Germania, spesso senza sapere la lingua e senza un contratto di lavoro, che tutti i giorni inondano di richieste le varie pagine Facebook di Italiani in Germania chiedendo un aiuto per cercare un lavoro o una casa, e che non di rado sono costretti a tornare in Italia senza avercela fatta nel giro di pochi mesi (è certo possibile che chi resta si organizzi, almeno in parte e sul medio periodo, in associazioni simili a quelle esistenti: finora mi pare però che prevalgano forme libere di incontro, magari – ancora una volta – organizzate sui social network). Tanti, infine, e appartenenti a tutte le categorie sopra citate, scelgono consapevolmente di non partecipare ad alcuna associazione semplicemente perché non vogliono: non si sentono attirati dall’associazionismo e non desiderano sentirsi parte di una comunità di connazionali.

L’impressione è che anche a livello di associazionismo si assista al fenomento della disintermediazione di cui ha parlato bene Claudio Cerasa: un indebolimento dei corpi intermedi – le associazioni – e della loro possibilità di incidere sulla realtà. Inviare una richiesta di aiuto, discutere con perfetti sconosciuti delle migliori pizzerie della città o lamentarsi dell’approssimazione italiana e della rigidità tedesca: tutto questo avviene direttamente sui social network senza alcun impegno, senza che per far parte di una comunità occorra partecipare alla vita di qualche associazione, senza che sentirsi “italiani” e conservare le proprie radici abbia bisogno di ulteriori approfondimenti collettivi.

In un contesto come quello che ho provato a delineare – ammesso che le mie premesse siano giuste, e qui invito sinceramente alla discussione – si può parlare di rappresentatività dell’associazionismo italiano all’estero? 

Questa domanda assume una rilevanza centrale nella discussione sui Com.It.Es., i Comitati degli Italiani all’Estero, che proprio in questi mesi verranno rinnovati mediante nuove elezioni. Nella legge 286/2003, che, dopo un lungo processo, ne ha stabilito struttura, compiti e modalità di elezione, alle realtà associative è assegnato un ruolo centrale: le associazioni non sono solamente interlocutori privilegiati dei Comitati (Art. 2 §1) e struttura portante, in assenza del coinvolgimento dei partiti politici, della comunità italiana per come è presentata nell’intero testo della legge, ma hanno anche una funzione ulteriore. Loro delegati sono chiamati a far parte del Comitato Elettorale Circoscrizionale (CEC), con il “compito di controllare la validità delle firme e delle liste presentate, di costituire i seggi elettorali, di nominare i presidenti dei seggi e gli scrutatori, di sovrintendere e di coadiuvare l’attività dei seggi elettorali” (Art. 16 §5):

Il capo dell’ufficio consolare richiede alle associazioni degli emigrati
italiani che operano nella circoscrizione consolare da almeno cinque
anni un elenco di propri rappresentanti, designati nell’osservanza
dei rispettivi statuti, ai fini della loro inclusione nel comitato
elettorale circoscrizionale. (DPR n. 395 del 29 dicembre 2003, Art. 15)

Le associazioni sono dunque considerate la spina dorsale dei Com.It.Es., sia nelle loro funzioni che dal punto di vista della rappresentanza ufficiale in sede di controllo delle operazioni di voto.

I Com.It.Es. verranno rinnovati, ed è importante che al loro interno si trovino persone capaci e sensibili alle esigenze di tutti gli italiani. Ma, al di là di questo, la legge di fondazione dei Com.It.Es. pone in relazione al concetto di rappresentanza non pochi interrogativi. Siamo sicuri che nel mondo di oggi un legame così forte tra rappresentanza e mondo associativo abbia ancora un senso, e che la società non abbia bisogno (anche) di altro?

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3 pensieri su “Un presente che guarda al passato

  1. Tannino Gianfranco ha detto:

    Condivido questa analisi e la condivido da persona (insieme ad altri) fondatrice del Circolo Cento Fiori. Nulla togliendo alla capacità di alcuni dirigenti o militanti di questa o altre associazioni, resta il fatto che i numeri sono in fase decrescente. Ricordo ancora degli incontri della comunitá sarda con oltre un migliaio di persone oggi inimmaginabili. Cosi è per molte altre associazioni. Questa era una discussione sul tema che avremmo gradito fare già nell’ultima elezione COMITES ossia già 10 anni fa. Siamo quindi in ritardo, ma come si dice: meglio tardi che mai.

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  2. Secondo me si dovrebbe definire cos’è un’associazione. Non ci vuole per forza la dicitura e.V. per formarne una.
    Per esempio, non penso che gli italiani in Germania siano “poco associati”. Se uno considera i gruppi che si formano su Facebook, o altri social network, gli Stamm Tisch e altre azioni “informali” magari si scopre che in realtà gli italiani sono molto “associati”.
    Soprattutto mi sembra che esistano diversi canali più o meno efficienti per soddisfare determinati bisogni come ricerca di lavoro e di alloggio, creazione di gruppi di gioco per bambini e via dicendo, che funzionano anche senza l'”ufficialità”
    I circoli e le associazioni culturali, soprattutto quelli ufficiali, sono solo un “tipo” di associazione, tra l’altro non dichiaratamente a fine politico e neanche a fine assistenziale.
    Il fatto che il numero di membri di quest’ultime diminuisca e quindi i rispettivi responsabili rimangano in carica più a lungo non significa che gli italiani si associno di meno, ma che semplicemente che usino altri canali poco considerati in queste discussioni.
    Esiste tra l’altro un fenomeno di frammentarietà che magari genera l’impressione che ci sia poca partecipazione perchè ognuno conosce le attività e i membri del proprio “intorno”.
    Magari però, in ognuno di questi piccoli intorni c’è molta partecipazione.

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  3. Lucianna Filidoro ha detto:

    Dopo alcuni anni di attivita’ nella comunita’ italiana anche io credo che molti Italiani desiderino incontrarsi (piu’ che associarsi).

    Due caratteristiche mi sembrano importanti:

    – incontrarsi in modo “flessibile” senza necessariamente essere legati a un’associazione ufficiale o avere un impegno fisso

    – incontrarsi a livello “locale”: in concreto in una citta’ grande come Monaco, vengono privilegiati i punti di riferimento che offre il quartiere (es. corso di italiano a scuola, corso di danza in italiano, incontro con mamme italiane nel Treffpunkt, ecc…)

    Se ci fosse l’opportunita’ di rinforzare questi momenti di incontro locale, credo che si andrebbe incontro al bisogno di molti Italiani di incontrarsi … forse un po’ come se fosse la vita di paese …

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