Conversazioni. Un incontro virtuale del PD Monaco con Francesco Nicodemo

È il 13 febbraio. Da qualche giorno si susseguono i rumors di una staffetta: Renzi prenderebbe il posto di Letta a Palazzo Chigi. Molti di noi sono increduli o perplessi, arrabbiati o delusi. Tutti cerchiamo di capire che cosa stia succedendo. La riunione della Direzione del PD in diretta streaming, nella quale a grande maggioranza viene deciso di sfiduciare Letta e mandare avanti Renzi, non dissipa tutti i nostri dubbi: anzi, fino all’ultimo qualcuno aveva sperato che la staffetta fosse solo un gioco delle parti, un bluff per mettere un po’ di fretta al governo in carica.
E invece no: già il 14 febbraio, un giorno dopo la direzione, Enrico Letta rassegna le sue dimissioni; immediatamente iniziano le consultazioni con Napolitano e Renzi. Il dado è tratto. Il nuovo governo è una realtà. E noi cerchiamo ancora di capire: perchè? Come? Era proprio necessario?

Così, un po’ per caso, mi viene un’idea. Seguo spesso su Facebook Francesco Nicodemo, trentacinquenne napoletano, laureato in lettere classiche, ex consigliere comunale a Napoli, blogger, un passato da leopoldino fin dal primo appuntamento alla stazione Leopolda, insieme a Civati e Renzi, un presente da responsabile comunicazione del PD. Decido di scrivergli: potrebbe essere la persona giusta per cercare di spiegare al nostro circolo che cosa è successo, ma soprattutto perché valga la pena di crederci ancora.
Gli mando un messaggio privato su facebook: 30 minuti dopo arriva la risposta. Affermativa. Evidentemente per qualcuno, a Roma, la base conta qualcosa. La teleconferenza è fissata per sabato 22 alle 11:30: esattamente l’orario in cui il nuovo governo giura davanti al Presidente della Repubblica. Ce lo siamo perso, ma ne è valsa la pena.

Le domande, raccolte pazientemente da uno di noi, toccano tanti punti importanti: la nascita del governo, le famose “cose da fare”, i problemi legati alla maggioranza parlamentare, i mal di pancia interni e le minacce di scissione (in quei giorni sembrava ancora possibile che Pippo Civati non votasse la fiducia e abbandonasse il PD). Ecco quello che ci siamo detti.

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Dopo le uscite pubbliche volte a rassicurare sulla tenuta del governo, culminate nell’hashtag #enricostaisereno, la brusca inversione a U di Renzi ha stupito molti: perché scegliere di andare al governo senza essere passati dal voto? Ma soprattutto qual è stato il trigger, quale la causa scatenante del cambiamento di rotta?
Da circa due mesi, spiega Nicodemo, il governo Letta si era venuto a trovare in una situazione di stallo, evidente in particolare nelle vicende legate alla discussione sulla legge elettorale (fortemente a rischio a causa di spinte conservatrici all’interno del parlamento). Episodi come quello del decreto milleproroghe hanno mostrato l’incapacità del governo di rispondere alle urgenze del paese; le parti sociali che avevano inizialmente appoggiato il governo Letta, Confindustria e i sindacati, hanno progressivamente fatto mancare il loro supporto, seguite da alcune componenti della maggioranza di governo; e davanti al cambiamento degli equilibri politici Renzi ha modificato lo schema di gioco, consapevole della necessità di adattarsi a nuove situazioni e nuovi paradigmi. Andare a votare non era una possibilità reale: non era ben vista da Napolitano, certo, ma soprattutto avrebbe significato far perdere all’Italia tre mesi per farla ripiombare in una analoga situazione di ingovernabilità o larghe intese. L’unica possibilità concreta per fare qualcosa di utile è sembrata dunque la staffetta.

Le preoccupazioni del circolo non si concentrano solamente sul passaggio di testimone tra Letta e Renzi: ci si chiede anche, e forse soprattutto, che cosa il governo di Renzi possa realmente fare, quale programma voglia portare avanti, e con quale maggioranza (Alfano e Casini porranno certamente paletti su temi cari a molti di noi: la giustizia, per esempio, o i diritti per le coppie dello stesso sesso). Dopo aver ribadito l’ambizioso programma di riforme costituzionali annunciato da Renzi nel suo discorso di insediamento, che prevede in quattro mesi l’approvazione della legge elettorale, il jobs act, la riforma della pubblica amministrazione e del fisco, Nicodemo si sofferma ampiamente sul tema della riforma della giustizia e della sua urgenza: un problema vasto e complesso, che va ben al di là del caso Berlusconi e arriva a toccare da vicino la vita delle persone comuni. Una prospettiva pragmatica, senz’altro condivisa dal nuovo ministro Andrea Orlando: bisogna riformare la giustizia civile e farlo in fretta. Allo stesso modo, sarà priorità del governo alleggerire la tassazione sul lavoro. Temi altamente simbolici quali l’acquisto degli F-35 o la TAV devono essere valutati da specialisti: in particolare, sugli F-35 è già attiva una commissione apposita, mentre la TAV potrebbe essere subordinata a investimenti sulle cosiddette “piccole opere” (manutenzione e potenziamento delle infrastrutture ordinarie).
Per quanto riguarda la maggioranza, invece, Nicodemo sottolinea ancora una volta l’impossibilità di allargarla ad altre forze: le consultazioni hanno mostrato chiaramente chi fosse interessato ad una reale collaborazione con il governo. Non si possono escludere però convergenze con altre forze politiche – SEL, magari anche alcuni 5Stelle? – su provvedimenti specifici, che permetterebbero di raggiungere su singoli temi risultati difficilmente immaginabili all’interno della mera maggioranza governativa.

Come valutare invece gli scenari di scissione prospettati da Pippo Civati? I primi giorni di vita del governo sono stati, per le minoranze del PD, particolarmente sofferti: la possibilità di una scissione a sinistra sembrava concreta. Al di là delle scelte personali di Civati, però, Nicodemo fa notare come non esista a suo parere un reale spazio politico alla sinistra del PD: una scissione rischierebbe di indebolire le proposte di Civati, che invece andrebbero portate all’interno del PD per farlo crescere e migliorarlo.

E infine, in chiusura: cosa aspettarsi per il prossimo futuro? L’ultima domanda riguarda il Presidente della Repubblica: è vero, come suggeriscono alcuni retroscena, che a breve dovremo aspettarci un cambio al vertice? Che Napolitano avesse legato il suo mandato all’attuazione delle riforme più urgenti era stato esplicitato da lui stesso nel discorso pronunciato in occasione della sua rielezione: se le riforme venissero approvate, dunque, sarebbe ragionevole pensare che Napolitano scelga di rimettere il suo mandato in anticipo rispetto alla scadenza naturale.

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