Pensieri post-elettorali

Tante cose si rimescolano nella mia testa in questi giorni confusi, e sento il bisogno di condividerle. Anche se, probabilmente, tutto è già stato detto. Scriverò un fiume di parole, per questo cercherò di procedere per punti: l’analisi della campagna, le ragioni della sconfitta, la gestione della sconfitta. E Renzi.

Lo hanno già detto in tanti, che la campagna è stata penosa. Ho visto la parte “creativa” che girava su internet, dalla minestra riscaldata a “Lo smacchiamo-We will rock you”, al geniale banner sul mercoledì delle ceneri, ora introvabile perchè rimosso dal sito del partito, che è riuscito nella mirabile impresa di una pubblicità al contrario nei confronti dell’elettorato cattolico il primo giorno di Quaresima (per chi se lo fosse perso: una scritta del tipo “Le ceneri del centrodestra – breve elenco delle catastrofi del governo di Berlusconi – Quest’anno la Quaresima può finire il 25 febbraio”. Sulla destra un mucchietto di ceneri tipo Auschwitz da cui rinascevano, in stile fenice, due foglioline d’ulivo). Ora, so benissimo che de gustibus, eccetera. Ma a tutto c’è un limite. Queste non erano pubblicità: erano discorsi di cattivo gusto per iniziati. Diversi amici, a cui li ho fatti vedere post-voto, hanno ringraziato il cielo di non averli visti prima. Ho seguito meno i vari Porta a porta, i talk show della televisione italiana. Ma le volte che ho sentito Bersani parlare non metteva insieme il soggetto con il verbo e il complemento (cosa dolorosamente sottolineata anche da altri amici e parenti), ripeteva per almeno due volte in un periodo “Non raccontiamo favole” e “Lo smacchiamo”. E di fronte a domande specifiche rispondeva spesso “Vediamo”.

Questa pars destruens mi serve per mostrare due cose.

La prima: che ancora oggi, nel 2013, il più grande partito di sinistra rifiuta la comunicazione – intesa come scienza della comunicazione – perchè la ritiene immorale, inutile, vuota a prescindere. Già ai tempi delle primarie mi arrabbiavo con chi criticava la comunicazione di Renzi e allo stesso tempo postava immagini di Obama e consorte. Capisco che una parte di noi vorrebbe sobrietà (ho sempre detto, e lo ripeto, che alcuni aspetti del format renziano, pure fatto benissimo, non mi piacevano esteticamente – io sono un po’ più il tipo standard da cinema d’essai). Ma noi non saremo mai i tedeschi, non abbiamo avuto i prussiani ma Berlusconi, e volenti o nolenti è con questo modello che dobbiamo misurarci – nella forma, o almeno in una parte di essa. Se per vincere in una società medializzata Obama può fare una campagna con uno stile definito, perchè mai non possiamo farla noi? Comunicare è fondamentale a tutti i livelli: tutto si basa sulle relazioni, sugli scambi. Una comunicazione ben fatta trasmette desideri, sogni, speranze. Non favole: speranze. Che insieme si può, anche che si deve. Ma se la comunicazione non funziona, nessun messaggio passa. Si viene semplicemente dimenticati.

La seconda: che l’elettore, ogni tanto, vuole qualche cosa di tangibile e concreto. Vuole senitre proposte appassionanti, vuole simboli (e non penso che con “simbolo” si possa intendere il giaguaro, o il tacchino sul tetto. Queste sono gag che dopo un paio di volte andrebbero dismesse: i simboli sono un’altra cosa). Ho letto tempo fa da qualche parte di come Miguel Gotor, guru bersaniano n. 1, teorizzi la necessità di non parlare delle riforme prima di farle, perchè l’Italia è un paese conservatore e si spaventerebbe. Ma purtroppo (?!) il meccanismo democratico si basa sul fatto che se mi convinci ti voto, se no no. E per essere convinta voglio qualche argomento. Qualche immagine. Qualche prospettiva. Di un “vedremo” non me ne faccio nulla.
E qui si passa al punto due. Una strategia come questa – non diciamo troppo, anzi diciamo il meno possibile, perchè se no la gente si spaventa – va contro la mia idea di democrazia partecipativa. Perchè implicitamente tratta l’elettore come un minus habens, come un bambino incapace di pensare in maniera autonoma. Berlusconi, in maniera criminale, tratta l’elettore alla pari: dammi questo, ti do quello. Dammi un voto, ti do soldi – e un po’ di show. In campagna elettorale Bersani ha dato un’immagine di serietà, forse, ma una serietà incapace di sviluppare una proposta convincente. Convicente per la testa: perchè se sono un elettore pensante vorrei tanto sapere che cosa farà per i lavoratori precari oltre a ripetere “lavoro” come un mantra. Oppure (ma dovrebbe sempre essere un “anche”) convincente per la pancia: da elettore medio sono stufo di far fatica a tirare il mese mentre è sempre più chiaro che cosa guadagnano i politici in indennizzi, o MPS in aiuti statali (tra parentesi: una critica seria a MPS sarebbe potuta essere il migliore spot per l’onestà e la voglia di rinnovamento di questo PD. Ma si è preferito mettere la testa sotto la sabbia); io elettore medio sono stufo di accendere la televisione e vedere facce noiose in cirolazione da millenni che parlano con termini vintage come “piattaforma” o “salari” (termini che, detto tra parentesi, se vengo da una tradizione diversa da quella dei DS possono anche provocarmi una certa allergia e farmi pensare che i comunisti ci sono ancora, contro ogni evidenza razionale. NB: pare che D’Alema abbia fatto la parte del leone nei vari salotti televisivi che contano). Da vent’anni si sa che Berlusconi è un ladro e questo non ha ancora scoraggiato nessuno dal votarlo: ha senso incentrare la campagna elettorale sul “Bersani sembra tanto una brava persona”? E poi: è automatico che una brava persona sia anche competente?

La cosa che più mi fa male, però, è un’altra. Penso a quell’ala del PD – non numerosissima, nel giorno dei molti ripensamenti, ma pure non indifferente – che tuttora rimane convinta di non aver sbagliato niente, e che la colpa sia solo del popolo bue.
Un partito di sinistra dovrebbe voler bene al popolo, per vocazione. E non importa se il popolo va alla multisala e al centro commerciale invece che leggere Gramsci o guardare film francesi. Ha ragione Cosimo Pacciani in uno dei suoi migliori interventi: urge rompere il paradigma. Farlo saltare.
Bisogna cambiare prospettiva. Bisogna dimenticare – devo dimenticare – che la gente con cui ho a che fare è nel 90% gente che dalla vita ha avuto tutte le fortune, inclusa un’istruzione adeguata, degli affetti, del denaro per le cose necessarie – e per molto di più. L’altro giorno, proprio dopo un dialogo su facebook sul problema della “gentrificazione ideologica”, sono uscita di casa. Ho sentito tre signori turchi parlare tra loro. Erano volgari, rumorosi. Vestiti male. E dicevano che per tutta la settimana avevano avuto il turno di notte e non ce la facevano più. Sono quasi scoppiata a piangere. È a queste persone che dobbiamo pensare, a costo di venire meno al nostro gusto estetico, a costo di rinunciare a qualcosa di noi. Leggere di Fassina che continua ad accusare il popolo di non aver capito il PD mi fa male al cuore. Perchè il suo è un mettere in discussione l’essenza della democrazia. È pensare che solo presunti intellettuali possano decidere che cosa sia meglio per chi non dorme una settimana di fila per lavorare, e magari – non sarà questo il caso, visto che siamo in Germania… – vota Berlusconi o Grillo che promettono i soldi per arrivare alla fine del mese (eh sì che sono demagoghi. Ma quante volte ancora dovremo sbatterci la testa contro? Non ci è bastato farlo negli ultimi, ehm, 20 anni? Non sarà il caso di cambiare passo?).
Ne parlavo con mio padre, che mi ha riservato una delle sue sorprese: una poesia di Brecht che ho postato ovunque in questi giorni compulsivi. Che mi è ronzata in testa da quando Crozza ha detto che in Italia dovrebbero votare i danesi. E che mi è esplosa di nuovo nel cervello quando leggevo i primi commenti sul popolo italiano ignorante e caprone, poi amplificate da alcune menti illuminate dell’intellighenzia PD:

La soluzione
(1953)
Dopo la rivolta del 17 giugno
il segretario dell’Unione degli scrittori
fece distribuire nella Stalinallee dei volantini
sui quali si poteva leggere che il popolo
si era giocata la fiducia del governo
e la poteva riconquistare soltanto
raddoppiando il lavoro. Non sarebbe
più semplice, allora, che il governo
sciogliesse il popolo e
ne eleggesse un altro?

Agli scout, tanto tempo fa, mi hanno insegnato che ogni cosa va progettata, realizzata e verificata. In questo momento, non lo nego, in me si muove un sentimento poco sano di rivalsa: voglio la “testa” dei Trecento spartani, di Gotor, di Fassina, di chi ha orchestrato questo massacro. Capisco che Bersani non si possa dimettere seduta stante, perchè il panico aumenterebbe ulteriormente, e adesso non ce n’è bisogno, anzi. E faccio prevalere la mia parte razionale.
Ma anche nel suo discorso finale, che ho per ora solo letto, mi ferisce una cosa. Io mi sarei aspettata qualcosa del tipo: “A voi che vi siete impegnati per me: vi ringrazio. Ma ho sbagliato. E questa situazione è anche colpa mia. Per questo, mi metto al servizio del paese: il mio posto deve essere la vostra ultima preoccupazione, se servo bene, se no avanti un altro [Inciso: ovviamente sarebbe rimasto lui. Ma il gesto sarebbe stato importante]. La mia proposta è: ho queste priorità e vorrei che Grillo partecipasse con noi alla salvezza del paese”. Invece sulla campagna elettorale ha glissato con un “non volevamo raccontare favole”, come se fosse l’unica alternativa; sulle primarie ha detto “Cosa potevo fare di più?” (magari evitare che i tuoi collaboratori più stretti dessero a Renzi del fascista/populista eccetera eccetera? E aprire così un dialogo vero a tutti i livelli? Magari non fare le primarie per i parlamentari a Capodanno, con effetto pubblicitario – ça va sans dire – fortissimo per il rinnovamento reale del PD? Sì, dicevano che fosse possibile. Non era solo una questione organizzativa). E su Grillo ha usato le stesse parole usate per Monti qualche tempo fa: gli chiediamo cosa vuole fare – o qualcosa del genere.
Adesso però di alternative non ce ne sono. Si devono stringere i denti, e sperare nell’onestà dei grillini per arrivare almeno ad una nuova legge elettorale, e qualcosa d’altro. E si deve ripartire, ma ripartire dalle analisi, non dai desideri. E neanche dal disprezzo.
Probabilmente la prossima volta sarà di Renzi, ma non è questo il punto. Che invece è: per favore, facciamoci delle domande. E cerchiamo di ascoltare, di ascoltare davvero, tutte le risposte. Anche quelle che non vorremmo mai dover ascoltare.

Vor der Wahl. Gedanken und Bemerkungen

Kann es Berlusconi nochmal schaffen? (ein verkürzte Version erschien auf der tz, 23.2.2013)

Cecilia Mussini und Isabel von Ehrlich

Silvio Berlusconi ist ein Wahlkampflöwe, der ein eher unlauteres Grundprinzip der politischen Kommunikation nur zu gut durchschaut hat: immer von sich Reden machen – ob gut oder schlecht ist dabei nebensächlich. Nur so lassen sich einige Auftritte des Cavaliere in den letzten Wochen erklären: die theatralische Geste, mit der er in einer Talkshow einen Stuhl abwischt, auf dem einer seiner schärfsten Kritiker, der Journalist Marco Travaglio, kurz vor ihm gesessen hatte. Die ständig (ver)lockenden Wahlversprechungen um die Rückerstattung der Steuer auf Eigenheime und seine gespielte Empörung über die ‚eurozentristische Technokraten-Diktatur‘ Montis, welche im letzten Jahr doch noch von seiner eigenen Partei in einem ‚Akt der Verantwortung‘ unterstützt wurde.

Angesichts dieses Erscheinungsbildes eines Wahlkämpfers, reagiert der nicht italienische Beobachter perplex und fragt sich, ob das Phänomen Berlusconi eher hochtragisch zu bewerten, oder doch nur als Kabarett abzutun ist. Sicher ist auf jeden Fall, dass es sich um wohl bedachtes Kalkül handeln muss: Bis zu den letzten veröffentlichten Wahlumfragen am 9. Februar hatte Berlusconis Mitte-Rechts Koalition gute 28 Prozentpunkte erreicht und somit, wohl dank der geschickten Planung seiner Medienpräsenz, in zwei Wochen ganze 3 Prozentpunkte gewonnen. Der Mitte-Links Chef Pierluigi Bersani hingegen verlor mit seinem Bündnis in denselben zwei Wochen fast 4 Prozentpunkte, wenn auch seine Allianz des Partito Democratico und der Sinistra Ecologia Libertà mit 34 % der Gesamtstimmen noch eindeutig vorne liegt (Quelle: Istituto Demos). Gerade dem kurz vor der Wahl unentschlossenen Wähler scheint wohl Berlusconis Populismus mehr zu liegen als die bemühte Bodenständigkeit seines Gegners.

Wen aber wählen die anderen 38 % der Italiener? Den bislang amtierenden Ministerpräsidenten Mario Monti? Oder die Partei des Genueser Komikers Beppe Grillo? Um hier Klarheit zu schaffen, sollte man ein weiteres Großereignis nicht unbeachtet lassen: In den hypermedialisierten Wahlkampf brach am 12. Februar der überraschende Rücktritt von Papst Benedikt XVI, der für einen Moment jegliche Berichterstattung über die italienischen Parlamentschaftswahlen und vor allem über die Person Berlusconis komplett verdrängte. Während des Veröffentlichungsverbotes von Wahlumfragen (dies gilt in Italien für die letzten zwei Wochen vor der Wahl) bleibt aktuell im Dunkeln, welche Auswirkungen die omnipräsente Informationswelle zur römischen Kurie wirklich gehabt haben wird: Könnte die Mitte-Links Koalition am Ende genau davon profitiert haben? Wird das Schweigen der Medien über die politische Debatte anderen, auch kleineren Parteien Rückenwind geben? Etwa dem Movimento Cinque Stelle von Beppe Grillo, der Fernsehauftritte systematisch vermeidet und stattdessen volksnah in der Piazza zu den Italienern spricht. Sein (einziges?) Programm scheint dabei der Sturz des tradierten Establishments und die Forderung nach mehr Moral in der Politik zu sein, ohne dabei dem Wähler eine konstruktive Idee von Staat und Gesellschaft anzubieten. Vielleicht wird seine Partei aber die Überraschung am Wahltag werden: In den italienischen Medien zirkulieren bereits Gerüchte davon, dass Grillos Movimento nach dem Partito Democratico die zweitgrößte Partei im Italienischen Parlament werden und somit Berlusconi verdrängen könnte.

Weder Grillo noch Berlusconi werden allerdings die Wahl für sich entscheiden können. Auch Monti wird im Alleingang keine Hoffnung auf einen erneuten Einzug in den Palazzo Chigi haben. Mit seinen harten Steuererhöhungen hat er sich das Vertrauen der Italiener sicherlich verspielt. Der Partito Democratico in der Koalition mit der Sinistra Ecologia Libertà hat inzwischen wieder mit Abstand die besten Chancen als Gewinner aus dieser Wahl hervorzugehen.

Um allerdings im Senat regierungsfähig zu sein, wird Pierluigi Bersani aller Wahrscheinlichkeit nach eine Koalition mit eben der Zentrumspartei Montis bilden. Die Stabilität, die Italien im Moment so sehr braucht, wird dann aber nur möglich sein, wenn Bersani es schafft, die verschiedenen Positionen und Standpunkte, die seine eigenen Partei traditionell kennzeichnen, als Stärke zu nutzen, um effektiv mit anderen Parteien einen Dialog einzugehen. Nur nur so könnte sein politisches Profil authentisch geschärft und bewahrt werden.